Chi frequenta l’Altopiano dei Sette Comuni da molti anni può avere la sensazione che qualcosa sia cambiato.
In estate capita più spesso di trascorrere serate miti e di dormire con meno coperte. La neve sembra rimanere al suolo per periodi più brevi alle quote dei paesi. In alcune cavità nelle quali il ghiaccio riusciva a conservarsi durante l’estate abbiamo osservato, in anni diversi, situazioni molto differenti.
Sono però osservazioni personali. La memoria può ingannare e una singola estate calda, un inverno con poca neve o un temporale particolarmente violento non bastano per parlare di cambiamento climatico.
Abbiamo quindi provato a fare una cosa semplice: confrontare quello che abbiamo notato frequentando l’Altopiano con i dati disponibili, in particolare quelli raccolti da ARPAV.
Il risultato è più complesso del semplice «fa più caldo».
Cosa dicono i termometri di Asiago
La stazione meteorologica ARPAV di Asiago Aeroporto si trova a 1016 metri di quota e dispone di una serie completa utilizzabile dal 1997.
Analizzando le temperature medie annuali dal 1997 al 2025 emerge una tendenza di circa +0,48 °C ogni dieci anni.
Il dato diventa più comprensibile confrontando due periodi.
Nei primi cinque anni della serie, dal 1997 al 2001, la temperatura media annua è stata di circa 6,6 °C. Negli ultimi cinque, dal 2021 al 2025, è stata di circa 7,5 °C.
La differenza è vicina a un grado.
Naturalmente questo non significa che ogni anno sia più caldo del precedente. Nel 2005 la temperatura media della stazione è stata di 5,4 °C, mentre nel 2024 ha raggiunto 8,1 °C. Tra questi due estremi ci sono stati anni più freddi e anni più caldi: nel 2021, per esempio, la media è stata di 6,3 °C.
È proprio per questo che per osservare il clima servono serie abbastanza lunghe: tra un anno e l'altro le oscillazioni possono essere notevoli, ma dietro queste variazioni può comunque emergere una tendenza.
Temperatura media annuale ad Asiago Aeroporto, 1997-2025, con linea di tendenza
Il risultato locale è coerente con quanto osservato da ARPAV sull'intero Veneto. Per il periodo 1992-2025 l'Agenzia rileva un aumento medio di circa 0,6 °C per decennio. Gli anni dal 2022 al 2025 sono inoltre i quattro più caldi della serie regionale.
Asiago, quindi, non è un caso isolato.
Le notti estive
C'è un dato che ci ha incuriosito ancora di più.
Una delle sensazioni maturate frequentando l'Altopiano è che durante l'estate le notti siano meno fredde. Non significa che ad Asiago faccia caldo come in pianura: basta una notte serena perché la temperatura possa ancora scendere parecchio.
Ma analizzando le temperature minime di giugno, luglio e agosto della stazione di Asiago Aeroporto emerge effettivamente una tendenza.
Le minime estive aumentano di circa 0,62 °C per decennio.
Nei primi cinque anni della serie, dal 1997 al 2001, la media delle minime dei tre mesi estivi era di circa 8,2 °C. Nel periodo 2021-2025 è salita a circa 9,8 °C.
Sono circa 1,6 °C di differenza.
Media delle temperature minime di giugno, luglio e agosto ad Asiago, 1997-2025
Non possiamo trasformare il ricordo di qualche notte trascorsa dormendo con una coperta in una misurazione scientifica. Possiamo però constatare che quella sensazione trova un riscontro nei dati.
È interessante anche che nel 2025 ARPAV abbia rilevato, a livello regionale, anomalie particolarmente marcate proprio nelle temperature minime.
Non tutto l'Altopiano si comporta allo stesso modo
Abbiamo controllato anche i dati delle stazioni di Lusiana, Monte Verena e Piana di Marcesina-Rendole.
Lusiana mostra una tendenza simile a quella di Asiago. Anche la serie disponibile sul Monte Verena indica un aumento, sebbene il periodo osservato sia più breve e quindi debba essere valutato con maggiore prudenza.
Marcesina presenta invece un comportamento meno netto.
Non è una contraddizione.
La Piana di Marcesina è conosciuta proprio per le forti inversioni termiche. Nelle conche e nelle depressioni l'aria fredda può accumularsi e produrre temperature molto inferiori a quelle misurate poco distante.
Il clima dell'Altopiano non è uniforme. Quota, esposizione, forma del terreno, boschi e circolazione dell'aria possono creare condizioni molto diverse anche a pochi chilometri di distanza.
Il riscaldamento globale non significa che ogni luogo debba scaldarsi nello stesso modo e con la stessa velocità.
La neve che rimane meno a lungo
Un altro elemento facilmente osservabile è la neve.
Anche qui bisogna stare attenti ai ricordi. Ci sono sempre stati inverni poveri di neve e stagioni particolarmente abbondanti.
I dati ARPAV mostrano però quanto le temperature possano incidere sulla durata del manto nevoso, soprattutto alle quote più basse delle Prealpi.
Nel 2024, a circa 1100 metri di quota, la durata della copertura nevosa nelle Prealpi è risultata molto bassa rispetto al periodo di riferimento 1991-2020. Nei soli mesi di gennaio, febbraio e marzo sono mancati circa 45 giorni di neve al suolo rispetto alla situazione normale. A 1600 metri la situazione era invece molto meno anomala.
Anche il 2025 è stato caratterizzato da un deficit della neve sia alle basse sia alle alte quote, con una risorsa idrica nivale inferiore alla norma durante tutto l'inverno.
La quota, quindi, può fare una differenza importante.
Una precipitazione che con qualche grado in meno sarebbe caduta come neve può arrivare sotto forma di pioggia. E una nevicata abbondante può essere seguita da temperature sufficientemente elevate da sciogliere rapidamente parte del manto.
La Busa del Giasso e lo Sciason
Sull'Altopiano esistono luoghi nei quali neve e ghiaccio riescono a conservarsi molto più a lungo che all'esterno.
Uno di questi è la Busa del Giasso, una cavità che Montagnando ha visitato e fotografato più volte.
Le fotografie scattate nel 2006, nel 2014, nel 2019 e nel 2024 mostrano situazioni molto diverse. Nel 2006 la presenza della neve rendeva difficile osservare l'interno della cavità; negli anni successivi abbiamo trovato quantità inferiori di ghiaccio e siamo riusciti a scendere più profondamente.
Busa del Giasso - 2006
Busa del Giasso - 2014
Busa del Giasso - 2019
Busa del Giasso - 2024
Sono immagini interessanti, ma non costituiscono una serie scientifica.
La quantità di ghiaccio presente in una cavità dipende dalle nevicate dell'inverno precedente, dalle temperature, dalla pioggia, dalla circolazione dell'aria e dalle caratteristiche della cavità stessa. Non sarebbe quindi corretto guardare queste fotografie e concludere che il ghiaccio della Busa del Giasso sia diminuito a causa del riscaldamento globale.
Le immagini possono però diventare una testimonianza di ciò che abbiamo osservato.
Un altro luogo interessante è lo Sciason, la grande voragine nei pressi di Campolongo.
Già nell'Ottocento Ottone Brentari descriveva la presenza di ghiaccio sul fondo della cavità anche durante l'estate. In passato quel ghiaccio costituiva una risorsa: poteva essere utilizzato anche per fornire acqua agli animali delle malghe nei periodi più asciutti.
Voragine Sciason
Busa del Giasso e Sciason ricordano quanto possano essere delicati alcuni microclimi dell'Altopiano.
Piove di meno?
Verrebbe spontaneo associare il riscaldamento climatico anche a una progressiva diminuzione della pioggia.
I dati, però, non ci permettono di dirlo.
Ed è importante raccontare anche questo.
Analizzando le precipitazioni annuali della stazione di Asiago Aeroporto non emerge una tendenza statisticamente chiara verso una diminuzione o un aumento delle quantità complessive.
La variabilità, invece, è enorme.
Nel 2022 ad Asiago sono caduti circa 843 millimetri di precipitazioni. Nel 2024 ne sono stati registrati circa 2259 millimetri.
Due anni molto diversi a pochissima distanza l'uno dall'altro.
Precipitazioni annuali ad Asiago Aeroporto, 1997-2025
Anche in questo caso il risultato locale coincide con quello regionale.
ARPAV non individua negli ultimi trent'anni un trend statisticamente significativo nelle precipitazioni annuali o stagionali del Veneto. Rileva invece una forte variabilità tra un anno e l'altro, che risulta in aumento.
Il 2024 è un ottimo esempio: con circa 1575 millimetri medi sul territorio regionale è stato il secondo anno più piovoso della serie ARPAV, dopo il 2014. Eppure questo non basta a creare una tendenza verso un Veneto progressivamente più piovoso.
Il cambiamento climatico, quindi, non può essere ridotto alla formula «più caldo uguale più secco».
E poi arrivò Vaia
Tra il 27 e il 30 ottobre 2018 il Veneto fu interessato da quello che oggi ricordiamo come tempesta Vaia.
Piogge eccezionali, venti violentissimi, frane, allagamenti e grandi superfici forestali abbattute interessarono buona parte delle montagne del Nord-Est.
ARPAV registrò in alcune località precipitazioni di 30-50 millimetri in una sola ora e, per diverse stazioni, nuovi record delle precipitazioni accumulate tra uno e quattro giorni. Anche le velocità del vento raggiunsero valori mai osservati dalla rete ARPAV dall'inizio delle misurazioni nel 1992.
In Veneto furono danneggiati circa 18.000 ettari di bosco, per una massa stimata intorno a 2,7 milioni di metri cubi di legname. La provincia di Vicenza subì una parte importante di quei danni.
Possiamo dire che Vaia sia stata causata dal riscaldamento globale?
Non in questi termini.
Un singolo evento meteorologico nasce dall'incontro di molte condizioni atmosferiche e non può essere attribuito semplicemente all'aumento della temperatura media.
Vaia ci aiuta però a comprendere un'altra cosa: il clima dell'Altopiano non nasce sull'Altopiano.
Le masse d'aria si muovono su migliaia di chilometri. Oceani e mari forniscono umidità ed energia. Le correnti atmosferiche trasportano quell'aria verso le Alpi e le montagne ne modificano ulteriormente il comportamento.
Studi condotti sulle Alpi orientali indicano inoltre che eventi estremi di precipitazione paragonabili a quello associato a Vaia risultano oggi più probabili rispetto ai decenni passati e che la loro probabilità potrebbe aumentare ulteriormente con livelli maggiori di riscaldamento.
È una distinzione importante: Vaia non dimostra il cambiamento climatico, ma il cambiamento del clima può modificare le condizioni nelle quali eventi estremi come questo si sviluppano.
Non esiste soltanto il termometro
Guardando insieme questi dati emerge quindi una situazione meno semplice di quanto possa sembrare.
Ad Asiago le temperature stanno aumentando e le minime estive mostrano una crescita ancora più evidente. Alle quote prealpine la permanenza della neve può ridursi sensibilmente durante gli inverni miti.
Le precipitazioni annuali, invece, non mostrano una chiara tendenza verso l'aumento o la diminuzione.
Esistono inoltre ambienti particolari, come Marcesina o le cavità fredde, nei quali il comportamento locale può essere molto diverso da quello osservato nelle zone circostanti.
È proprio questa complessità che rende poco utile scegliere soltanto i dati che confermano ciò che pensavamo già.
Se il grafico delle temperature sale, dobbiamo mostrarlo.
Se quello della pioggia non mostra una tendenza significativa, dobbiamo mostrare anche quello.
Siamo parte dello stesso sistema
Per secoli abbiamo utilizzato ciò che la montagna metteva a disposizione: boschi, pascoli, acqua, neve, pietra e terreno.
Continueremo inevitabilmente a utilizzare le risorse naturali. La nostra vita dipende da esse.
La questione non è quindi smettere di utilizzare la natura, ma imparare a farlo tenendo conto degli equilibri che permettono anche a noi di viverci dentro.
La natura non è un servizio messo a disposizione dell'uomo. E non è nemmeno qualcosa di separato da noi.
Noi ne facciamo parte.
Modificare un equilibrio non significa necessariamente ottenere immediatamente una conseguenza visibile nello stesso luogo. Un cambiamento prodotto a migliaia di chilometri può contribuire a qualcosa che osserveremo sulle nostre montagne molti anni dopo.
Forse il vecchio proverbio «chi semina vento raccoglie tempesta» non è mai stato pensato per parlare di clima.
Oggi suona comunque come un buon promemoria.
Non perché ogni tempesta sia una nostra responsabilità, ma perché dovremmo imparare a conoscere meglio le conseguenze delle nostre azioni e trovare sistemi più intelligenti per utilizzare le risorse del pianeta di cui facciamo parte.
Una precisazione necessaria
Non siamo meteorologi né climatologi e questo articolo non vuole sostituirsi al lavoro di chi studia professionalmente questi fenomeni.
Abbiamo semplicemente preso alcune osservazioni maturate frequentando l'Altopiano dei Sette Comuni e provato a confrontarle con dati pubblici e studi disponibili.
Le elaborazioni relative alle stazioni di Asiago Aeroporto, Lusiana, Monte Verena e Piana di Marcesina-Rendole sono state effettuate sui dati meteorologici messi a disposizione da ARPAV.
Lo scopo non è dimostrare che ogni cambiamento osservato sull'Altopiano dipenda dal riscaldamento globale. Dove i dati mostrano una tendenza l'abbiamo riportata; dove non la mostrano, come nel caso delle precipitazioni complessive, abbiamo cercato di renderlo altrettanto evidente.
È semplicemente un modo per guardare con maggiore attenzione ciò che abbiamo attorno e capire se quello che personalmente stiamo osservando trova riscontro nelle misurazioni.
Riferimenti principali
ARPAV – Temperatura in Veneto, dati 2025: serie regionale 1992-2025 e andamento delle temperature minime, medie e massime.
ARPAV – Il clima in Veneto: andamento delle temperature e delle precipitazioni nell'ultimo trentennio e variabilità interannuale.
ARPAV – Meteo e Clima 2024: dati relativi alla durata della copertura nevosa nelle Dolomiti e nelle Prealpi.
ARPAV – Meteo e Clima 2025: temperature, precipitazioni e condizioni di innevamento.
ARPAV – Maltempo in Veneto, 27-30 ottobre 2018: ricostruzione meteorologica della tempesta Vaia.
Regione Veneto – Monitoraggio degli schianti Vaia: dati sui danni al patrimonio forestale regionale.
Dati meteorologici locali: elaborazione Montagnando sui CSV originali ARPAV delle stazioni Asiago Aeroporto, Lusiana, Monte Verena e Piana di Marcesina-Rendole. [Scarica i dati utilizzati]
Montagnando: documentazione fotografica e osservazioni relative alla Busa del Giasso e allo Sciason.
Autore: Corrado De Zanche
Pubblicato il 13/10/2026