La guerra dei forti: una guerra preparata per anni
Nei primi anni del Novecento, lungo il confine tra il Regno d’Italia e l’Impero austro-ungarico, vennero costruite grandi fortificazioni militari. Sull’Altopiano dei Sette Comuni e sui vicini Altipiani di Lavarone e Luserna sorsero opere in calcestruzzo, armate con cannoni protetti da cupole corazzate, circondate da fossati e collegate da strade militari.
Erano strutture complesse, che richiedevano anni di lavoro e investimenti considerevoli. Occorreva aprire strade per trasportare cemento e acciaio, scavare nella roccia e realizzare depositi di munizioni, cisterne per l’acqua, alloggiamenti e collegamenti telefonici.
Sul versante italiano furono realizzati, tra gli altri, Forte Verena, Forte Campolongo e Forte Punta Corbin. Sul versante austro-ungarico si trovavano Forte Luserna, Forte Busa Verle, Forte Belvedere-Gschwent e l’opera di Cima Vezzena.
Quando l’Italia entrò in guerra, il 24 maggio 1915, quelle fortezze erano pronte a svolgere il compito per il quale erano state costruite. Ma la guerra che stava iniziando non sarebbe stata esattamente quella prevista dai progettisti.
Due sistemi difensivi differenti
Le fortificazioni italiane e austro-ungariche non erano identiche, né per costruzione né per impiego. Gli italiani avevano privilegiato opere collocate in posizioni elevate, spesso armate con cannoni da 149 mm capaci di colpire a notevole distanza. Forte Verena, a oltre duemila metri di quota, dominava buona parte delle posizioni avversarie.
Le opere austro-ungariche erano maggiormente integrate in un sistema difensivo comprendente trincee, osservatori e postazioni esterne. Gli obici corazzati da 100 mm avevano soprattutto il compito di sostenere la difesa delle zone circostanti. In diverse opere austro-ungariche erano inoltre presenti spessori di calcestruzzo e corazzature più consistenti di quelli italiani.
Questo non le rendeva invulnerabili. Nei primi giorni di guerra furono anzi i forti e le batterie italiane, comprese quelle esterne con pezzi da 280 mm, a infliggere danni molto pesanti alle opere avversarie.
Forte Luserna in una fotografia dell’epoca
24 maggio 1915: comincia la guerra dei forti
Alle 3:55 del 24 maggio 1915 Forte Verena aprì il fuoco sulle posizioni austro-ungariche. Entrarono poi in azione altre batterie italiane. Cominciò un duello di artiglieria fra fortificazioni permanenti e batterie disposte sui due lati del confine.
I colpi raggiunsero ripetutamente Forte Luserna e Forte Busa Verle. Vennero danneggiate cupole, interrotti collegamenti e messi fuori servizio alcuni pezzi. Ma i danni alle strutture non raccontano da soli ciò che accadeva all’interno.
Forte Luserna: il limite degli uomini
Forte Luserna, costruito fra il 1908 e il 1912, si trovava a difesa di un settore importante della linea austro-ungarica. Fra il 25 e il 28 maggio 1915 fu sottoposto a un bombardamento particolarmente intenso. La documentazione storica riferisce di almeno cinquemila proiettili.
Le comunicazioni erano interrotte. I soldati non dormivano da giorni; gas e fumi penetravano dalle aperture provocate dalle esplosioni. Il 28 maggio il comandante Emanuel Nebesar, dopo aver consultato gli ufficiali, decise di abbandonare il forte, malgrado l’opposizione di alcuni subordinati. Venne esposta una bandiera bianca.
Dalle altre posizioni austro-ungariche la bandiera venne notata e le batterie vicine spararono verso la zona per ostacolare un’eventuale occupazione italiana. Il volontario Jochler raggiunse il forte e rimosse la bandiera. La resa non ebbe seguito.
Nebesar venne processato, ma fu assolto nei primi due gradi di giudizio. Le condizioni fisiche e psicologiche nelle quali aveva agito furono riconosciute come eccezionali. Il terzo procedimento non si concluse prima della fine della guerra.
Una fortezza poteva avere ancora la capacità materiale di resistere, mentre gli uomini al suo interno erano ormai allo stremo. Eppure Forte Luserna non rimase inattivo: già negli ultimi giorni di maggio alcuni pezzi erano nuovamente operativi e il 9 giugno erano tornati in funzione anche gli obici da torre.
Forte Luserna: riparazione delle cupole corazzate dopo i bombardamenti del maggio 1915
Fritz Weber: la guerra raccontata dall’interno
A Forte Busa Verle prestò servizio l’ufficiale austro-ungarico Fritz Weber, che raccontò la propria esperienza in Tappe della disfatta. Nelle sue pagine i bombardamenti non sono soltanto numeri e calibri: emergono il rumore continuo, le vibrazioni, la polvere, l’impossibilità di riposare e l’attesa del proiettile successivo.
La protezione del calcestruzzo non impediva alla paura di crescere. Per questo le memorie di Weber sono utili accanto agli atti militari, pur ricordando che restano il racconto personale di un protagonista.
La vicenda di Nebesar e l’esperienza di Weber mostrano che la capacità di una fortezza di sopportare il tiro nemico non coincideva necessariamente con quella della guarnigione di resistere a un bombardamento prolungato.
Forte Busa Verle in una fotografia storica
12 giugno 1915: la tragedia del Verena
Il 12 giugno 1915, diciannove giorni dopo l’inizio delle ostilità, Forte Verena venne raggiunto da un proiettile di un mortaio austro-ungarico da 305 mm. L’esplosione all’interno provocò la morte di 45 militari, fra i quali il comandante Carlo Alberto Trucchetti.
La tragedia mostrò quanto fossero vulnerabili alcune opere italiane ai nuovi calibri pesanti. Le indagini successive portarono alla luce anche problemi legati ai materiali impiegati e alla realizzazione dell'opera. La tragedia non può quindi essere attribuita soltanto alla potenza del proiettile da 305 mm.
Il Verena non cessò immediatamente ogni attività, ma l’episodio accelerò una revisione dell’impiego delle fortezze italiane. Quello che era stato il simbolo della forza del sistema difensivo ne aveva mostrato, nel giro di poche settimane, i limiti.
Cupole del Forte Verena
Il disarmo delle fortezze italiane
Il 2 luglio 1915 il Comando Supremo italiano dispose il disarmo delle opere maggiormente esposte al tiro dei mortai pesanti austro-ungarici. Poco più di un mese dopo l’inizio della guerra, una parte importante del sistema di fortificazioni permanenti aveva perso la funzione per la quale era stata costruita.
I cannoni ancora impiegabili vennero progressivamente trasferiti in batterie esterne, più facili da nascondere e distribuire sul terreno. Un pezzo d’artiglieria in una postazione protetta dalla roccia, lontana dalle grandi sagome dei forti, poteva risultare meno individuabile. L’impiego di più batterie separate riduceva inoltre il rischio di perdere un intero gruppo di cannoni sotto un unico bombardamento.
Le strutture non furono tutte abbandonate. Dove possibile continuarono a servire come ricoveri, caserme, depositi e punti di osservazione. I forti non persero ogni utilità militare: persero soprattutto la funzione di batterie corazzate permanenti.
Sul versante austro-ungarico la situazione fu diversa: alcune opere continuarono a essere utilizzate e riparate, anche dopo gravi bombardamenti. La sorte delle singole fortificazioni dipese dai danni subiti, dalla loro posizione e dall’evoluzione delle operazioni militari.
La guerra prosegue fuori dai forti
Intorno alle fortezze continuavano i combattimenti. Le artiglierie venivano spostate, protette in caverne o disposte in nuove batterie. Le posizioni si organizzavano in trincee, camminamenti, ricoveri scavati nella roccia e collegamenti sotterranei.
Nel maggio 1916, durante l’Offensiva di Primavera austro-ungarica, anche Forte Campolongo tornò a essere colpito pesantemente e venne occupato dalle truppe imperiali. Il fatto che un forte fosse stato disarmato non lo escludeva dalla guerra.
La trasformazione non avvenne in un giorno, né fu uguale in tutti i settori. Ma l’esperienza dimostrò che concentrare uomini e artiglierie in grandi opere facilmente localizzabili poteva essere particolarmente rischioso.
Forte Campolongo in una fotografia storica, con la caserma e le strutture danneggiate
I forti sopravvissero alla guerra, ma non al dopoguerra
Osservando oggi Forte Verena, Busa Verle o Luserna si incontrano pareti spezzate, coperture sventrate e grandi ammassi di macerie. Verrebbe naturale attribuire tutti questi danni ai bombardamenti della Prima guerra mondiale.
In realtà una parte importante delle distruzioni avvenne dopo la fine del conflitto. Le strutture contenevano grandi quantità di ferro e acciaio: cupole, travature, putrelle, armature e altri elementi metallici. Il loro recupero aveva un valore economico significativo.
Accanto all’attività dei singoli recuperanti operarono imprese specializzate che demolirono sistematicamente le opere, anche usando esplosivi per raggiungere le parti metalliche inglobate nel calcestruzzo. Il recupero, particolarmente intenso negli anni Trenta, modificò profondamente l’aspetto di molte fortezze.
Il caso di Forte Luserna è ben documentato. Il Comune lo acquistò il 3 giugno 1935 e già il 16 giugno l’impresa Mondini di Trento disponeva dell’autorizzazione a impiegare le prime mine. Il recupero dei ferri dalle macerie fu affidato anche a lavoratori locali. Il materiale ricavato offriva una possibilità di guadagno, mentre la struttura veniva progressivamente distrutta.
La sorte di Forte Busa Verle fu simile: lo stato di rovina attuale non deriva soltanto dal tiro dell'artiglieria, ma in larga misura dallo smantellamento successivo alla guerra.
Forte Belvedere-Gschwent rappresenta invece un caso particolare. Nel 1935, durante una visita alle fortificazioni degli Altipiani, il re Vittorio Emanuele III volle che almeno una di queste opere fosse preservata dalla demolizione, come testimonianza della Grande Guerra per le generazioni future. La scelta ricadde su Forte Belvedere, che si salvò così dalla distruzione subita dalle altre fortezze. Nel 1940 vennero comunque rimosse le cupole corazzate e altre parti metalliche, senza però compromettere la struttura principale.
Grazie a questa decisione e ai successivi lavori di recupero, Forte Belvedere è oggi una delle fortificazioni meglio conservate degli Altipiani.
Forte Busa Verle
Forte Corbin foto storica
Forte Corbin oggi, con gli edifici affacciati sulla Val d'Astico
Quando cambia il modo di combattere
La guerra dei forti sugli Altipiani mostra come investimenti e progetti elaborati in molti anni possano essere messi in discussione in poche settimane. Le fortezze erano state pensate secondo le minacce previste dai comandi e dai progettisti; l’evoluzione delle artiglierie e l’esperienza concreta dei bombardamenti misero in luce vulnerabilità sottovalutate.
Non significa che tutte le fortificazioni fossero inutili o progettate male. Le opere italiane e austro-ungariche avevano caratteristiche diverse e non ebbero lo stesso destino. Significa che la loro efficacia doveva essere continuamente rivalutata alla luce dei nuovi mezzi d’attacco.
Un confronto, con tutte le differenze del caso, si può fare con i conflitti contemporanei. Nella guerra in Ucraina i piccoli droni, inizialmente utilizzati soprattutto per la ricognizione, sono diventati anche vere e proprie armi offensive. Equipaggiati con cariche esplosive, possono essere guidati contro mezzi corazzati, postazioni militari e altri obiettivi. Dispositivi relativamente economici sono così in grado di danneggiare o distruggere mezzi dal valore di milioni di euro, costringendo gli eserciti a ripensare le proprie strategie di difesa.
Anche nei conflitti che coinvolgono l'Iran, l'impiego di droni e missili ha evidenziato il problema del rapporto tra il costo di un attacco e quello dei sistemi necessari per contrastarlo. Un altro esempio è rappresentato dall'utilizzo di piccoli e veloci motoscafi armati, impiegati anche in gruppi coordinati per minacciare navi molto più grandi nello Stretto di Hormuz.
Il principio non è nuovo. Durante la Prima guerra mondiale la Marina italiana utilizzava i MAS, piccoli motoscafi armati di siluri, capaci di attaccare unità navali di dimensioni enormemente superiori. Il 10 giugno 1918, il MAS 15 comandato da Luigi Rizzo riuscì ad affondare la corazzata austro-ungarica Santo Stefano.
Non si tratta necessariamente di una derivazione diretta, ma di una concezione militare simile: sfruttare velocità, sorpresa e mezzi relativamente economici per minacciare unità militari molto più grandi e costose.
Carri armati, aerei e artiglierie tradizionali non sono diventati inutili. Devono però essere impiegati tenendo conto di nuove minacce. Come nel 1915, il problema non è soltanto disporre di mezzi potenti, ma capire per tempo come la guerra stia cambiando.
Quello che possiamo osservare oggi
Sull’Altopiano dei Sette Comuni e sui vicini Altipiani di Lavarone e Luserna restano numerose fortificazioni che permettono di seguire questa storia sul terreno. Al Verena si riconoscono i resti della grande opera italiana. A Campolongo sono ancora leggibili fossati, gallerie e postazioni delle cupole. Al Corbin il recupero degli ambienti consente di comprendere meglio l’organizzazione interna di una fortezza.
Sul versante austro-ungarico, i resti di Luserna e Busa Verle ricordano sia i bombardamenti del 1915 sia le demolizioni successive.
Quelle fortificazioni erano il risultato di anni di studi, progetti e lavori. Erano state costruite per una guerra che gli eserciti ritenevano di conoscere, ma quando iniziarono i combattimenti emersero limiti che non erano stati previsti o erano stati sottovalutati.
Oltre un secolo dopo, i conflitti continuano a mostrare quanto rapidamente possano cambiare gli strumenti e i metodi di combattimento. Rimane però un elemento che non cambia: dietro ogni decisione militare e ogni errore di valutazione ci sono uomini che ne subiscono le conseguenze.
Fonti e approfondimenti
- Montagnando – Forte Luserna, documentazione storica e demolizioni del dopoguerra.
- Montagnando – Forte Busa Verle, storia e conservazione.
- Montagnando – Forte Corbin, fotografia storica e restauro.
- Montagnando – Forte Verena.
- Museo Storico Italiano della Guerra – Annali 29/2021.
- SISSCO – Il dramma del Forte Verena.
- Fernando Larcher – Le fortezze dell'Imperatore.
- Fritz Weber, Tappe della disfatta, memorie di guerra.
- Fotografie storiche: riproduzioni fotografiche tratte dai pannelli informativi dell'Ecomuseo della Grande Guerra presenti presso le fortificazioni visitate.
Autore: Corrado De Zanche
Pubblicato il 21/10/2026