Negli ultimi anni sui sentieri si incontrano sempre più persone. È un fatto positivo: camminare porta a conoscere luoghi che spesso abbiamo vicino senza sapere davvero cosa ci sia oltre una strada o dietro un bosco. Ma frequentare la montagna significa anche imparare alcune abitudini che in città possono sembrare poco importanti e che su un sentiero diventano parte del modo di stare insieme.
Non servono regole complicate. Serve soprattutto capire dove ci troviamo.
Quello che portiamo su, riportiamolo giù
In montagna non passa il servizio di raccolta dei rifiuti. Una bottiglietta vuota, una confezione, un fazzoletto o la carta di una merendina pesano molto meno dopo essere stati utilizzati. Se sono arrivati nello zaino fino a quel punto, possono tranquillamente tornare a valle nello stesso zaino.
Anche il CAI indica tra le normali regole di comportamento quella di riportare a valle i propri rifiuti e di evitare di lasciarli nei prati, nei boschi, sui sentieri e nelle aree di bivacco. (Archivio CAI)
Molti sentieri, bivacchi e strutture che troviamo in ordine non si mantengono da soli. Dietro ci sono enti, sezioni del CAI, associazioni e molto spesso volontari che dedicano il proprio tempo alla manutenzione. Lasciare pulito non significa quindi soltanto rispettare l'ambiente. Significa rispettare anche chi arriverà dopo di noi e chi si adopera perché quel luogo rimanga utilizzabile.
E c'è anche un motivo più semplice: quel posto è anche nostro. Potremmo essere proprio noi a tornarci, magari dopo qualche mese o qualche anno, e ritrovare sporco quel prato, quel bosco o quel bivacco che ricordavamo con piacere.
Se a casa difficilmente butteremmo una bottiglia vuota sul pavimento del soggiorno, non si capisce perché dovrebbe diventare normale farlo lungo un sentiero. Ma questo, forse, ci porterebbe verso un discorso ancora più ampio.
In montagna basta una regola molto semplice: portiamo via quello che abbiamo portato con noi. Anche perché quello che lasciamo oggi potrebbe essere proprio ciò che troveremo la prossima volta.
In montagna il silenzio fa parte del luogo
Non bisogna camminare in assoluto silenzio e nessuno pretende che un gruppo di amici non parli o non rida. C'è però differenza tra parlare e comportarsi come se fossimo in una piazza affollata.
Musica dagli altoparlanti, urla continue e schiamazzi si sentono molto più lontano di quanto immaginiamo, soprattutto nei boschi e nelle vallate. Anche il CAI richiama esplicitamente a evitare rumori eccessivi sui sentieri e nei rifugi. (Prenota Rifugi)
La montagna è frequentata da molte persone anche perché permette di allontanarsi, almeno per qualche ora, dal rumore quotidiano.
Lasciare spazio anche al silenzio significa permettere agli altri di viverla nello stesso modo.
E poi c'è il saluto
Una volta incontrarsi su un sentiero significava quasi automaticamente salutarsi. Un semplice «buongiorno».
Oggi capita sempre più spesso di incrociare persone che passano senza neppure alzare lo sguardo. Non esiste naturalmente nessun obbligo di salutare. Ma il saluto in montagna ha anche una ragione pratica.
Su un sentiero isolato incontrare qualcuno significa riconoscere la presenza reciproca. In caso di difficoltà quella stessa persona potrebbe essere quella a cui chiedere un'indicazione, un po' d'acqua o aiuto.
È una piccola consuetudine che sarebbe un peccato perdere.
Una passeggiata e un'escursione non sono la stessa cosa
Ci sono percorsi che possono essere affrontati quasi da chiunque: pochi chilometri, poco dislivello, strade forestali larghe e possibilità di tornare facilmente indietro. Poi ci sono escursioni di parecchie ore, sentieri poco evidenti, tratti ripidi, terreno sconnesso, cambiamenti improvvisi del tempo e punti lontani dalle strade.
La differenza non è soltanto nei chilometri.
Il CAI distingue infatti gli itinerari in base alle caratteristiche del terreno e alle capacità richieste. Già un normale itinerario escursionistico può richiedere orientamento, allenamento ed equipaggiamento adeguato; salendo di difficoltà aumentano la necessità di esperienza, capacità di valutazione e attrezzatura specifica. (Cai)
Prima di partire vale quindi la pena guardare almeno lunghezza, dislivello, difficoltà, tempo previsto e condizioni meteorologiche.
E soprattutto chiedersi una cosa molto semplice: sono preparato per questo percorso?
Lo smartphone aiuta, ma non risolve tutto
Oggi abbiamo nello zaino uno strumento straordinario. Il telefono permette di consultare una traccia GPX, vedere la posizione, controllare il meteo e chiamare aiuto. Ma non bisogna confondere uno strumento utile con una garanzia.
In montagna esistono ancora molte zone senza copertura telefonica. Anche il CAI raccomanda di non affidarsi completamente al cellulare e ricorda che nelle vallate il segnale può mancare e che freddo e uso prolungato possono ridurre rapidamente l'autonomia della batteria. (Prenota Rifugi)
Una cartografia offline, una traccia già scaricata e una batteria sufficientemente carica possono fare la differenza.
Prima di partire è utile anche comunicare a qualcuno dove si intende andare, soprattutto per escursioni lunghe o poco frequentate. È una delle raccomandazioni più semplici e ricorrenti nelle indicazioni sulla sicurezza in montagna. (Cai)
Il rifugio non è semplicemente un ristorante in quota
Un rifugio può servire un pranzo, una birra o un piatto caldo, ma nasce prima di tutto come struttura al servizio di chi frequenta la montagna. Questo cambia anche il modo in cui dovremmo comportarci quando entriamo in un rifugio.
Il gestore deve lavorare con risorse, spazi e approvvigionamenti spesso molto diversi da quelli di un locale in città. Non tutto può essere disponibile in qualsiasi momento e non sempre è possibile pretendere lo stesso tipo di servizio. Lo stesso regolamento CAI ricorda che chi entra in un rifugio deve comportarsi in modo da non disturbare gli altri e non dovrebbe chiedere più di quello che la struttura e il gestore possono offrire. (Cai)
Sono piccoli aspetti che aiutano a capire che il rifugio fa parte dell'ambiente montano, non è semplicemente un ristorante costruito più in alto.
E un bivacco non è un bagno
Il bivacco ha una funzione ancora più precisa. In Veneto la normativa definisce i bivacchi come strutture incustodite, aperte tutto l'anno e predisposte principalmente per il riparo e la sicurezza di chi frequenta la montagna. (Regione del Veneto)
Possono diventare importanti durante un cambiamento del tempo, una lunga traversata o una situazione di emergenza. Per questo andrebbero utilizzati lasciandoli almeno nelle condizioni in cui li abbiamo trovati.
Non sono depositi per rifiuti e nemmeno servizi igienici.
Può sembrare un concetto ovvio, ma basta frequentarne alcuni per capire che non sempre lo è.
Se c'è un divieto, probabilmente c'è una ragione
Le strade forestali e silvo-pastorali spesso sembrano normali strade sterrate. Questo non significa che siano liberamente percorribili con auto o motociclette.
In Veneto, ad esempio, la normativa sulla viabilità silvo-pastorale vieta in generale la circolazione dei veicoli a motore sulle strade interessate, salvo le categorie autorizzate e le eccezioni previste. (Bollettino Veneto)
I cartelli quindi non sono messi per complicare l'escursione. Servono a limitare il traffico, proteggere strade e ambiente e permettere il passaggio dei mezzi che realmente devono lavorare in quelle zone.
Ancora più difficile da comprendere è vedere una motocicletta percorrere un sentiero pedonale. Oltre agli eventuali divieti previsti dalla normativa locale, c'è una questione molto semplice: un sentiero stretto viene utilizzato da persone che camminano e che non si aspettano necessariamente di trovarsi davanti un mezzo a motore.
Sullo stesso sentiero possiamo stare tutti
Anche le mountain bike fanno ormai parte della frequentazione della montagna. Il problema non è la bicicletta. È la velocità con cui viene utilizzata quando il percorso è condiviso con chi cammina.
Il codice di autoregolamentazione del cicloescursionismo del CAI è molto chiaro: la velocità deve essere adeguata alla visibilità e alle condizioni del percorso e la precedenza va sempre data agli escursionisti a piedi, avvisandoli dell'arrivo con sufficiente anticipo e in modo garbato. (Settimana Escursionismo)
Il concetto importante è quello della possibilità di fermarsi. In discesa, entrando in una curva cieca o passando vicino a un gruppo di persone, bisogna procedere a una velocità che permetta di arrestare la bicicletta se dietro quella curva compare qualcuno. Anche il manuale CAI sul cicloescursionismo insiste su una guida a velocità tale da consentire l'arresto davanti a un ostacolo imprevisto. (Cai)
Gridare «pista!» mentre si arriva velocemente non trasferisce la responsabilità a chi sta camminando.
È chi arriva più velocemente che deve poter rallentare e fermarsi.
La montagna non è un parco giochi
Probabilmente tutto si può riassumere in questa frase. Non perché in montagna non ci si debba divertire. Al contrario.
Ma un parco giochi è un ambiente progettato, controllato e mantenuto perché possiamo utilizzarlo con rischi relativamente prevedibili.
La montagna non funziona così.
Un sentiero può essere franato dalla sera precedente. Il temporale può arrivare prima del previsto. Una traccia può diventare difficile da seguire. Il telefono può non avere segnale. Un'escursione semplice può diventare lunga se sbagliamo strada. Frequentare la montagna significa imparare lentamente a riconoscere queste situazioni.
Non serve diventare alpinisti e non serve avere attrezzatura tecnica per fare una passeggiata nel bosco. Serve soltanto aumentare preparazione, equipaggiamento e attenzione quando aumenta l'impegno del percorso. E significa anche ricordarsi che non siamo soli. Ci sono altre persone sul sentiero, qualcuno mantiene quel sentiero, qualcuno gestisce il rifugio, qualcuno ha sistemato il bivacco e, quando qualcosa va veramente storto, qualcuno dovrà eventualmente venire a cercarci.
Andare in montagna significa anche diventare un po' responsabili della montagna che attraversiamo.
Autore: Corrado De Zanche
Pubblicato il 24/09/2026