L’acqua nella Prima Guerra Mondiale sull'Altopiano dei Sette Comuni

L’acqua nella Prima Guerra Mondiale sull'Altopiano dei Sette Comuni

Sorgenti, cisterne, acquedotti militari e trasporti per rifornire uomini e animali al fronte

Quando pensiamo alla Prima Guerra Mondiale sull’Altopiano dei Sette Comuni vengono in mente le trincee, i forti, l’artiglieria e gli assalti. Molto meno evidente è tutto quello che permetteva a quelle truppe di rimanere al fronte giorno dopo giorno.

Servivano munizioni e viveri, ma prima ancora serviva l’acqua.

Sull’Altopiano questo rappresentava un problema particolare. Il terreno carsico assorbe rapidamente le precipitazioni e le sorgenti superficiali sono relativamente poche. L’acqua penetra nelle fratture della roccia e riappare spesso molto più in basso, ai margini dell’Altopiano. Proprio dove era più difficile raggiungerla per i soldati schierati a 1.500 o 2.000 metri di quota.

Durante la Grande Guerra si dovette quindi risolvere un problema apparentemente semplice: come portare ogni giorno acqua a decine di migliaia di uomini e a migliaia di animali in una montagna che, in superficie, ne aveva pochissima?

Prima della guerra

Il problema naturalmente esisteva già prima del 1915.

Asiago disponeva di un acquedotto alimentato dalla sorgente Grabi e, dal 1910, di quello della Grenna. Nel 1914 venne realizzato anche un acquedotto che sfruttava nove sorgenti della Val Renzola e portava l’acqua verso Asiago, Cesuna e altri centri dell’Altopiano.

Anche le fortificazioni dovevano essere in grado di conservare l’acqua. Nei forti troviamo quindi cisterne destinate alla raccolta dell’acqua piovana o all’accumulo di quella disponibile.

A Forte Campolongo è ancora presente una grande cisterna interna. Nei pressi di Forte Corbin anche alcune cavità naturali vennero adattate per raccogliere e conservare l’acqua. Sono esempi che mostrano come il problema fosse noto ben prima dell’inizio dei combattimenti.

Ma una cosa era rifornire alcuni paesi e le guarnigioni dei forti. Un’altra era far arrivare l’acqua a un esercito.

Cisterna nei pressi del forte Campolongo

Cisterna nei pressi del forte Campolongo

Grotta dell'elefante nei pressi di forte Corbin

Grotta dell'elefante nei pressi di forte Corbin

Quando arrivano centinaia di migliaia di uomini

Con la guerra le dimensioni del problema cambiarono completamente.

Non c’erano solamente i soldati che dovevano bere. C’erano cucine, ospedali, posti di medicazione, officine e migliaia di cavalli e muli. L’acqua serviva anche per alcuni lavori, per preparare malte e calcestruzzi, per le macchine e perfino per limitare la polvere sulle strade, che poteva rendere visibili al nemico i movimenti delle truppe.

Nel progettare alcuni acquedotti militari il Genio considerava una dotazione minima di circa 3 litri al giorno per soldato e 10 litri per animale da soma. Non si trattava però del fabbisogno normale di un uomo o di un animale, ma di una quantità minima sulla quale dimensionare gli impianti destinati alle truppe in linea.

Nei momenti più difficili si poteva scendere ancora. Alcuni piccoli serbatoi costruiti in prossimità delle trincee venivano calcolati considerando anche un solo litro d’acqua al giorno per uomo, sufficiente per mantenere per alcuni giorni una posizione temporaneamente isolata.

In queste condizioni utilizzare molta acqua per lavarsi era difficile. L’igiene personale poteva essere organizzata nelle retrovie, dove esistevano lavatoi e strutture per la truppa, ma in prima linea l’acqua disponibile serviva prima di tutto per bere e per le esigenze immediate.

Anche la cucina ne consumava una parte. Pasta, riso, minestre e caffè richiedevano acqua, ma normalmente queste preparazioni avvenivano più indietro rispetto alla prima linea. Non tutta l’acqua necessaria a un soldato doveva quindi raggiungere direttamente la sua trincea.

Deposito di acqua sul Kaberlaba

Deposito di acqua sul Kaberlaba

Il maggio 1916: quando l’acqua diventa un’emergenza

La Strafexpedition mostrò quanto fragile potesse diventare questo sistema.

Con l’avanzata austro-ungarica del maggio 1916 gli italiani persero alcune delle principali sorgenti e diversi impianti dell’Altopiano. Le sorgenti della Val Renzola, Covolo di Gallio e altre risorse finirono in territorio occupato oppure non poterono più essere utilizzate normalmente.

Improvvisamente l’acqua dovette arrivare dalla pianura e dalle sorgenti poste alla base delle montagne.

Veniva caricata su ferrovia, autocarri e autobotti. Dove terminavano le strade si passava ai carri, ai muli e infine agli uomini. L’ultimo tratto poteva essere percorso con barilotti, ghirbe trasportate dagli animali oppure con recipienti portati a spalla.

Nel periodo di maggiore lavoro le truppe interessate arrivarono a ricevere circa 745.000 litri d’acqua al giorno. Per farlo furono impiegati migliaia di botti e ghirbe, 16 carri ferroviari, 40 autobotti, 300 autocarri e circa un migliaio di quadrupedi.

È un numero che aiuta a capire il problema meglio di molte descrizioni.

Ogni giorno bisognava ripetere lo stesso lavoro.

E gli stessi muli che trasportavano l’acqua dovevano a loro volta essere abbeverati.

Quattrocento autocarri soltanto per l’acqua

Nei momenti più difficili si arrivò a utilizzare fino a 400 autocarri al giorno. Ogni carico poteva dover percorrere circa trenta chilometri e superare quasi mille metri di dislivello.

Quegli autocarri occupavano però le stesse strade sulle quali dovevano passare soldati, munizioni, viveri e artiglierie. Trasportare l’acqua significava quindi sottrarre mezzi e spazio a tutto il resto.

La soluzione non poteva essere continuare a portare ogni giorno centinaia di migliaia di litri dalla pianura.

Bisognava far salire l’acqua attraverso una rete stabile.

Gli acquedotti militari

Nacque così sull’Altopiano una rete di acquedotti costruita e ampliata durante la guerra.

L’acqua veniva prelevata dalle sorgenti disponibili più in basso, pompata verso serbatoi posti a quote superiori e poi distribuita attraverso una rete di tubazioni. Dove possibile l’ultimo tratto sfruttava semplicemente la gravità.

Non era necessario che la condotta arrivasse direttamente alla borraccia del soldato. Lungo il percorso esistevano grandi serbatoi, depositi intermedi e piccoli punti di accumulo vicini alle trincee.

Dopo la controffensiva italiana del 1916 furono recuperate alcune sorgenti e rimesse rapidamente in funzione parti dell’acquedotto di Covolo di Gallio e della rete di Val Renzola. Dal serbatoio del Sisemol venne realizzata una nuova condotta verso un serbatoio da 150 metri cubi a Mosca e verso Campi di Mezzavia.

Con queste opere si riuscì a riportare i punti di rifornimento direttamente sull’Altopiano e a ridurre drasticamente il numero dei mezzi necessari: le fonti dell’epoca indicano che si riuscì a distribuire una quantità d’acqua tre volte superiore utilizzando un numero di mezzi cinque volte inferiore.

Nel luglio 1916 erano già in funzione dieci centrali capaci di sollevare complessivamente più di 2,2 milioni di litri al giorno, con circa 70 chilometri di condotte e 1.500 metri cubi di capacità nei serbatoi.

Nel 1918 il sistema era diventato ancora più esteso: oltre 100 chilometri di condotte, una trentina di impianti e milioni di litri distribuiti ogni giorno. Fino a 500 militari potevano essere impiegati solamente nel servizio idrico.

Sono numeri grandi, ma servono soprattutto a capire una cosa: dietro una trincea esisteva un’infrastruttura che doveva funzionare continuamente.

Anche dall’altra parte del fronte

Lo stesso problema riguardava naturalmente l’esercito austro-ungarico.

Uno degli esempi che possiamo ancora osservare è a Bocchetta Portule. Dopo l’occupazione austro-ungarica del 1916 alcune strutture presenti nella bocchetta furono adattate anche per accumulare l’acqua proveniente dalla zona della Val Renzola. Da qui il rifornimento poteva proseguire verso Campo Gallina e le posizioni settentrionali dell’Altopiano.

Campo Gallina era una grande base logistica austro-ungarica con baraccamenti, depositi, ospedali, forni, teleferiche e strutture per l’acqua. Mantenere migliaia di uomini in quella zona significava garantire un rifornimento continuo non solo di munizioni e viveri, ma anche di acqua.

Ancora oggi, percorrendo queste montagne, si incontrano cisterne, vasche e resti di opere che possono sembrare molto meno importanti di una trincea o di una postazione d’artiglieria. In realtà senza quelle strutture sarebbe stato difficile mantenere per mesi migliaia di uomini sulle montagne settentrionali dell’Altopiano.

Cisterna nei pressi della chiesetta di Campo Gallina

Cisterna nei pressi della chiesetta di Campo Gallina

Cisterna a Bocchetta Portule

Cisterna a Bocchetta Portule

Colpire l’acqua significava colpire il fronte

Le condotte potevano essere interrotte dal gelo e dalle schegge dei proiettili di artiglieria. Quando una tubazione veniva danneggiata, il rifornimento doveva tornare temporaneamente al sistema delle botti, delle ghirbe e delle salmerie.

Anche nel 1918, quando la rete dell’Altopiano era ormai molto sviluppata, durante i bombardamenti più intensi poteva essere necessario portare nuovamente l’acqua dai serbatoi alle prime linee utilizzando uomini e animali.

Questo aiuta a comprendere un aspetto della guerra che spesso rimane sullo sfondo.

Non era sempre necessario conquistare una trincea per mettere in difficoltà chi la occupava. Una strada interrotta, una teleferica distrutta, una sorgente conquistata o una condotta spezzata potevano avere conseguenze su migliaia di uomini.

Interrompere l’arrivo dell’acqua o dei viveri significava indebolire il fronte tanto quanto colpire direttamente le posizioni difensive.

La guerra dietro la trincea

Quando oggi percorriamo l’Altopiano è naturale fermarsi davanti a una trincea o entrare in una postazione d’artiglieria. Sono le opere che raccontano più direttamente il combattimento.

Una cisterna può sembrare molto meno interessante.

Eppure proprio quella cisterna racconta una parte essenziale della guerra.

Perché dietro al soldato che combatteva c’era qualcuno che cercava una sorgente, costruiva un serbatoio, riparava una pompa, posava una tubazione, guidava un autocarro o conduceva un mulo. Altri preparavano il cibo, curavano i feriti, riparavano le strade, costruivano le teleferiche e producevano nelle fabbriche ciò che al fronte veniva consumato ogni giorno.

La battaglia era soltanto la parte più visibile di un sistema molto più grande.

Una guerra non coinvolge solamente gli uomini che si trovano nelle trincee. Perché qualcuno possa combattere, molti altri devono produrre, trasportare, costruire, curare e rifornire.

Anche per portargli un semplice bicchiere d’acqua.

 

Riferimenti

  • Luigi Da Deppo, Gli acquedotti militari italiani nella Grande Guerra 1915-18, L’ACQUA, n. 6/2017, pp. 5-32.
  • Comando Generale del Genio, Gli impianti idrici dell’Altopiano dei Sette Comuni, estratto dal Bollettino Tecnico di Guerra dell’Arma del Genio, aprile 1919.
  • Gino Veronese, Impianti di sollevamento d’acqua per le truppe di linea, Giornale del Genio Civile, 1923.
  • Gino Veronese, Il servizio idrico durante la prima guerra mondiale, Bollettino dell’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio, fascicoli 31-32-33, 1951.
  • Silvio Zenere, La logistica dell’Esercito Italiano sull’Altopiano di Asiago 1915-1918, tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Storia, anno accademico 2010/2011.
  • Montagnando.it - Bocchetta Portule
  • Montagnando.it - Campo Gallina

Autore: Corrado De Zanche

Pubblicato il 05/10/2026