Quando pensiamo alla vita dei soldati durante la Prima Guerra Mondiale immaginiamo le trincee, il fango, il freddo, i bombardamenti e gli assalti. Più raramente ci poniamo una domanda molto più semplice: come si riusciva a dare da mangiare ogni giorno a milioni di uomini?
La domanda diventa ancora più interessante sulle montagne dell'Altopiano, dove migliaia di soldati vivevano e combattevano a quote che superavano anche i duemila metri.
Dietro una semplice gavetta c'era una macchina organizzativa enorme. Servivano campi e allevamenti, industrie, navi, ferrovie, magazzini, cucine, strade militari, muli e infine uomini che portassero il rancio fin dove nessun altro mezzo poteva arrivare.
Per capire quanto fosse complesso quel sistema proviamo allora a seguire il viaggio di un pasto destinato a un soldato italiano sull'Altopiano.
E scopriremo che il viaggio dalla cucina alla gavetta, in realtà, iniziava molto prima della cucina.
Un esercito che doveva mangiare
All'inizio della guerra la razione teorica giornaliera del soldato italiano era tutt'altro che trascurabile: 750 grammi di pane, 375 grammi di carne fresca, circa 150 grammi di pasta, riso o legumi secchi, oltre a caffè, zucchero e condimenti. Era previsto anche un quarto di litro di vino.
Per le truppe impegnate in montagna potevano essere previste integrazioni con latte condensato, pancetta e frutta secca.
Per molti giovani provenienti dalle campagne povere dell'Italia di inizio Novecento, almeno sulla carta, si trattava di un'alimentazione persino più ricca di quella alla quale erano abituati a casa.
Ma moltiplichiamo quelle quantità per centinaia di migliaia di uomini e poi per giorni, mesi e anni di guerra.
Il problema cambia completamente dimensione.
Nel corso del conflitto le razioni furono progressivamente ridotte. Nel 1918, ad esempio, erano previsti 600 grammi di pane e 200 grammi di carne bovina fresca. Anche la guerra del cibo cominciava a farsi sentire.
Fonte: Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – Cosa si mangiava
Una gavetta piena, una tavola più povera
Tutto quel cibo doveva essere trovato da qualche parte.
E mentre aumentavano le necessità dell'esercito, dalle campagne erano stati richiamati proprio milioni di uomini che fino a poco prima contribuivano alla produzione agricola.
Già nel luglio del 1915 venne organizzata l'incetta dei bovini sul territorio nazionale, con commissioni provinciali incaricate di reperire gli animali necessari alle esigenze militari.
Garantire il rancio ai soldati significava inevitabilmente sottrarre risorse al consumo civile.
Con il protrarsi del conflitto aumentarono i prezzi e diminuirono le disponibilità. Il consumo civile della carne venne limitato e dal 1917 si arrivò alla tessera annonaria; nel 1918 furono imposte ulteriori restrizioni anche alla somministrazione di carne nei ristoranti.
La guerra non si combatteva quindi soltanto nelle trincee.
Mentre il soldato aspettava il proprio rancio, a casa le famiglie dovevano imparare a vivere con meno.
Fonti: Archivio di Stato di Milano – L'alimentazione dai primi del secolo al secondo dopoguerra; Regolamentazione dei consumi durante la Grande Guerra

Una carne che arrivava da molto lontano
Il patrimonio zootecnico italiano non poteva sostenere indefinitamente una richiesta di quelle dimensioni.
Nel 1916 l'esercito necessitò di oltre 2,5 milioni di quintali di carne; nel 1917 si arrivò a circa 3,5 milioni.
Una parte della soluzione venne trovata dall'altra parte dell'oceano.
Grandi quantità di carne congelata vennero importate dall'America Latina. Questo comportava però un'altra difficoltà: la carne doveva rimanere congelata durante un viaggio lunghissimo.
Era necessario garantire quella che già allora era una vera catena del freddo.
Navi frigorifere, impianti di refrigerazione nei porti, vagoni ferroviari e automezzi frigoriferi consentivano di mantenere la carne a basse temperature durante i vari passaggi. I mezzi e le tecnologie sono profondamente cambiati, ma il principio è quello che utilizziamo ancora oggi per trasportare gli alimenti deperibili.
Pensando alle trincee dell'Altopiano questo particolare è sorprendente: il viaggio di una razione di carne poteva essere cominciato dall'altra parte dell'Atlantico.
Non possiamo naturalmente sapere se una determinata partita di carne sudamericana sia arrivata proprio sull'Ortigara o sulla Caldiera, ma sappiamo che questo sistema veniva utilizzato dall'esercito italiano per i propri approvvigionamenti.
Fonte: Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – Tecnologie nel settore alimentare
La rivoluzione della scatoletta
Esisteva però un alimento che non aveva bisogno di frigoriferi.
La conservazione del cibo in contenitori ermetici non era un'invenzione della Prima Guerra Mondiale. Le prime tecniche erano state sviluppate nel secolo precedente e l'esercito piemontese aveva già utilizzato carne conservata durante la guerra di Crimea.
La Grande Guerra trasformò però la scatoletta in un prodotto di massa.
Per alimentare milioni di soldati l'industria conserviera italiana raggiunse dimensioni mai viste prima. Le diverse fonti non concordano perfettamente sui quantitativi prodotti dagli stabilimenti militari, ma concordano sulla scala del fenomeno: durante il conflitto furono prodotte centinaia di milioni di scatolette.
La carne poteva così essere immagazzinata a lungo, trasportata senza refrigerazione e consumata anche quando era impossibile distribuire un normale rancio caldo.
E sull'Altopiano quelle scatolette hanno lasciato una traccia che possiamo vedere ancora oggi.
Chi frequenta i luoghi della Grande Guerra ne incontra ancora frammenti arrugginiti vicino alle trincee, ai baraccamenti e alle postazioni. Sono piccoli oggetti, spesso quasi irriconoscibili, ma raccontano una parte molto concreta della vita quotidiana dei soldati.
Non soltanto battaglie e cannoni: qualcuno, in quel punto, più di cento anni fa, aveva anche bisogno di mangiare.
I magazzini alle spalle della prima linea
Una volta arrivati nella zona di guerra, viveri e materiali dovevano essere distribuiti attraverso una rete di depositi sempre più vicini ai reparti.
Sull'Altopiano abbiamo una testimonianza particolarmente interessante proprio a ridosso dell'Ortigara.
Alle pendici orientali di Cima Caldiera, a partire dall'estate del 1916, l'esercito italiano realizzò un'importante base logistica collegata alle posizioni avanzate attraverso una rete di camminamenti.
In vista della battaglia dell'Ortigara del giugno 1917 il complesso divenne un importante centro di deposito per viveri, munizioni e materiali. Sei gallerie comunicanti tra loro erano utilizzate come magazzini.
Le tabelle dell'epoca permettono di capire le dimensioni dell'organizzazione.
Erano previste come viveri di riserva per 17.500 uomini altrettante razioni di galletta e scatolette di carne, oltre agli scaldarancio.
Per 8.500 uomini erano inoltre conservati quelli che venivano definiti generi di conforto: zucchero, caffè, fichi secchi, Marsala, latte condensato e sterilizzato, marmellata, pancetta o lardo e noci.
Quando oggi camminiamo tra quelle gallerie è difficile immaginarle riempite con viveri sufficienti per migliaia di uomini.
Eppure il viaggio non era ancora terminato.
Fonte: Montagnando – Tra Cima Caldiera, Osservatorio Torino e Porta Molina
Dai magazzini alle cucine
Il rancio veniva preparato nelle retrovie, dove era possibile organizzare le cucine senza esporsi direttamente all'osservazione e al tiro nemico.
L'Esercito italiano utilizzava anche cucine mobili someggiabili, smontabili e trasportabili a dorso di animale: una soluzione particolarmente adatta al fronte montano.
Per pasta e riso venivano utilizzate grandi marmitte che, una volta riempite, potevano pesare circa mezzo quintale.
Furono utilizzate anche le casse di cottura. Le marmitte venivano inserite in contenitori isolati capaci di conservare il calore: in questo modo la cottura poteva continuare mentre il rancio era già in viaggio verso i soldati.
Era una soluzione ingegnosa.
Ma nessuna invenzione poteva accorciare le montagne.
Fonte: Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – Come si mangiava
Poi iniziava la salita
Sull'Altopiano il rifornimento diventava progressivamente più difficile man mano che ci si avvicinava alla prima linea.
A Cima Caldiera possiamo ancora oggi percorrere una delle strade realizzate per servire le posizioni italiane. La carrareccia che saliva da Passo Stretto, l'attuale Piazzale Lozze, era larga circa 1,50-2 metri e raggiungeva una pendenza media del 16-17%.
Ma le strade potevano arrivare soltanto fino a un certo punto.
Gran parte dei materiali doveva proseguire a braccia, trasportata da colonne di portatori. Vi partecipavano soldati della Milizia Territoriale e anche alpini che, quando non erano impegnati nelle trincee della prima linea, risultavano formalmente a riposo.
Un'espressione che oggi suona quasi paradossale.
Essere a riposo poteva significare caricarsi sulle spalle viveri e materiali necessari ai compagni rimasti più avanti.
Solo nell'estate del 1917 venne costruita in questo settore una teleferica che permetteva di superare il tratto più ripido della carrareccia.
Ma questa è un'altra storia, alla quale dedicheremo un prossimo editoriale.
Fonte: Montagnando – Cima Caldiera
L'ultimo viaggio del rancio
Per avvicinarsi alle posizioni più esposte si cercava spesso di muoversi durante la notte, quando diminuiva la possibilità di essere individuati dal nemico.
Fin dove era possibile arrivavano i muli.
Poi rimanevano gli uomini.
Le marmitte percorrevano sentieri e camminamenti mentre il tempo passava. Pioggia, neve, fango e bombardamenti potevano rallentare ulteriormente il viaggio.
Così quello che era partito caldo dalla cucina poteva raggiungere il soldato molte ore dopo, ormai freddo o trasformato in una massa poco invitante.
E talvolta non arrivava affatto.
Rubare... al proprio esercito
Emilio Lussu racconta in Un anno sull'Altipiano un episodio che restituisce bene quanto il cibo fosse importante per gli uomini al fronte.
Il tenente Ottolenghi organizzò con gli sciatori del battaglione una sorta di incursione.
L'obiettivo, questa volta, non erano gli austro-ungarici.
Era il magazzino di sussistenza della propria divisione.
Dal deposito vennero prelevati viveri che finirono poi ai soldati.
Il racconto di Lussu va utilizzato con la dovuta cautela: Un anno sull'Altipiano fu scritto molti anni dopo gli avvenimenti ed è anche un'opera letteraria. L'episodio non dimostra quindi che i magazzini fossero normalmente pieni mentre i soldati soffrivano sistematicamente la fame.
Rimane però un'immagine difficile da dimenticare: uomini che vivevano a pochi passi dal nemico organizzarono un'azione clandestina per conquistare qualcosa di estremamente prezioso: Il cibo del proprio esercito.
Finalmente, la gavetta
Alla fine dell'intera catena c'era un oggetto semplicissimo.
La gavetta.
Campi, allevamenti, requisizioni, navi provenienti dall'America, frigoriferi, industrie conserviere, ferrovie, magazzini, cucine, strade militari, muli e portatori avevano lavorato perché qualcosa arrivasse fin lì.
Quando il rancio era ormai freddo, il soldato disponeva anche di una piccola invenzione: lo scaldarancio.
Era costituito sostanzialmente da carta impregnata di paraffina e compressa. Pochi elementi permettevano di riscaldare una gavetta.
La produzione coinvolse direttamente anche la popolazione civile attraverso il Comitato nazionale per lo Scaldarancio. Nel solo 1916 ne furono inviati al fronte più di 23 milioni.
E ancora una volta l'Altopiano ci offre una testimonianza concreta: nei magazzini della Caldiera erano previste scorte di scaldarancio per migliaia di uomini.
Fonte: Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – Lo scaldarancio

Dall'altra parte della trincea
Abbiamo seguito il viaggio del rancio italiano.
Dall'altra parte della linea uniformi, lingua e organizzazione erano differenti, ma rimaneva lo stesso problema fondamentale: anche l'esercito austro-ungarico doveva dare da mangiare ogni giorno a migliaia di uomini sparsi sulle montagne dell'Altopiano.
Ancora oggi ne rimangono testimonianze impressionanti.
A Campo Gallina esisteva una grande base logistica con depositi, acquedotto, teleferiche e forni per il pane. Sul Monte Zingarella sono ancora riconoscibili resti di forni austro-ungarici.
Non possiamo automaticamente applicare all'esercito austro-ungarico quanto abbiamo raccontato per quello italiano: razioni, disponibilità e organizzazione erano differenti e richiederebbero una ricerca specifica.
Ma la montagna poneva a entrambi la stessa domanda.
Come far arrivare ogni giorno qualcosa da mangiare a un uomo che combatteva in un luogo dove era già difficile arrivare a piedi?
Quando oggi percorriamo una vecchia strada militare dell'Altopiano, osserviamo i resti di una teleferica o troviamo tra le pietre il frammento arrugginito di una scatoletta, è facile pensare immediatamente alla guerra.
Forse vale la pena pensare anche alla quotidianità.
Quelle strade non servivano soltanto a portare uomini, cannoni e munizioni verso il fronte.
Servivano anche a far arrivare una gavetta di rancio a un soldato che aspettava in trincea.
Autore: Corrado De Zanche
Pubblicato il 22/08/2026