Luserna - Sulle tracce dell'orso

Luserna - Sulle tracce dell'orso

Un anello tra alpeggi, trincee e leggende (m 1581)

 

Zona: Alpe Cimbra, Tonezza, Arsiero
Ore a piedi: 3,40
Difficoltà: E - Escursionistico
Ulteriori dettagli ,    Mappa e GPX

Per secoli l’Alpe Cimbra è stata terra di boschi profondi, silenzi antichi e incontri inattesi con l’orso, presenza oggi quasi scomparsa ma ancora viva nella memoria collettiva. A Luserna, uno dei paesi simbolo della cultura cimbra, questo legame con l’animale più iconico delle nostre montagne è diventato un percorso dedicato: un itinerario che ripercorre le tracce, le storie e l’immaginario legato all’orso.

L’escursione si sviluppa attorno al piccolo altopiano di Luserna, dove campi aperti e macchie di bosco si alternano creando un ambiente autentico, ancora intatto e perfetto per immergersi nella natura. Qui il passato germanico-cimbro, le tradizioni locali e la fauna alpina si intrecciano: al Centro Documentazione è possibile approfondire proprio la storia naturale del territorio e le specie che lo abitano.

Il “Sentiero dell’Orso” è quindi più di una passeggiata. È un viaggio nel paesaggio, nei racconti dei vecchi e nell’identità di un luogo che continua a tramandare il suo legame con l’orso, anche quando non è più facile incontrarlo tra questi boschi.

 

Il percorso prende avvio dalla piazza principale di Luserna e si dirige verso nord-ovest lungo via Roma, lasciando alle spalle il cuore del paese.

Inizio del percorso dalla piazza di Luserna

Inizio del percorso dalla piazza di Luserna

Chiesa di Luserna

Chiesa di Luserna

Usciti dall’abitato si prosegue per qualche decina di metri sulla strada che conduce verso il Vezzena, mantenendo ancora per un breve tratto l’asfalto. Poco oltre si attraversa la carreggiata e ci si immette su una mulattiera che si apre tra i campi.

Attraversamento della strada ed inizio sentiero

Attraversamento della strada ed inizio sentiero

Dettaglio del sentiero, proseguire a sinistra

Dettaglio del sentiero, proseguire a sinistra

Dopo un caratteristico passaggio tra bassi muretti a secco, il percorso entra per un breve tratto nel bosco, per poi uscirne in prossimità di una staccionata.

Dettaglio del sentiero

Dettaglio del sentiero

Ingresso nel bosco

Ingresso nel bosco

Staccionata

Staccionata

Superata la staccionata si prosegue verso destra fino a raggiungere una strada di campagna che attraversa una piccola valle, dove un’altra staccionata interrompe il passaggio. Da qui si svolta a sinistra, seguendo la strada.

Dettaglio del percorso dopo la staccionata

Dettaglio del percorso dopo la staccionata

Incrocio con la strada, proseguire a sinistra

Incrocio con la strada, proseguire a sinistra

La strada sbuca nella piana di Millegrobbe dove, scendendo attraverso il prato, ci si innesta sulla strada bianca che dal rifugio conduce al forte Luserna.

Verso Millegrobbe

Verso Millegrobbe

Millegrobbe

Millegrobbe

La strada verso il rifugio Millegrobbe

La strada verso il rifugio Millegrobbe

Si prosegue a destra in direzione del rifugio, ma dopo un centinaio di metri si lascia la strada principale deviando a destra su una nuova pista che si stacca dal tracciato.

Rifugio Millegrobbe

Rifugio Millegrobbe

Dettaglio dell'incrocio dove si lascia la strada bianca

Dettaglio dell'incrocio dove si lascia la strada bianca

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Si rientra nel bosco e si segue una strada militare che avanza tra gli alberi fino a raggiungere la zona in prossimità della strada che collega Vezzena a Luserna. Qui si possono osservare alcuni edifici diroccati risalenti alla Grande Guerra.

Magazzini

Magazzini

L'ape

L'ape

Verso la strada asfaltata

Verso la strada asfaltata

Attraversata la strada asfaltata si raggiunge in breve la località delle Baracche di Sanità, un’area che durante la Grande Guerra ospitava le strutture adibite a infermeria e assistenza ai soldati feriti.

Dettaglio del percorso subito dopo l'attraversamento della strada asfaltata

Dettaglio del percorso subito dopo l'attraversamento della strada asfaltata

Area delle baracche di sanità

Area delle baracche di sanità

Cisterna d'acqua per le baracche di sanità

Cisterna d'acqua per le baracche di sanità

Il sentiero prosegue per un brevissimo tratto in salita e si ricongiunge a un’altra strada militare, dove si svolta a sinistra. Subito dopo è possibile deviare a destra per visitare un piccolo cimitero militare: una deviazione di circa dieci minuti, facilmente evitabile poiché il cimitero si trova vicino alla strada asfaltata ed è quindi raggiungibile anche in auto.

Immissione sulla strada, proseguire a sinistra

Immissione sulla strada, proseguire a sinistra

A destra il sentiero che porta al cimitero

A destra il sentiero che porta al cimitero

Cimitero Militare

Cimitero Militare

Cimitero Militare
Nato nella primavera del 1915, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, questo cimitero fu realizzato in prossimità degli alloggiamenti militari e dell'infermeria situati presso le "Casermette". Utilizzato fino al 1921, accolse anche fosse comuni in cui furono sepolti molti dei 1091 caduti italiani della battaglia del Basson. Sebbene solo a una parte dei soldati sia stato possibile attribuire un nome, vennero comunque poste croci e lapidi sulle tombe e costruita all'interno una cappella.
Nel 1921, con atto discutibile, il cimitero fu ufficialmente dismesso. Le salme furono riesumate e traslate ad Asiago, lasciando tuttavia numerosi resti in loco. Solo nel 1986 il cimitero fu finalmente ripristinato. Oggi, una grande croce in legno di larice e 184 piccole croci anonime rendono omaggio a coloro che persero la vita su queste alture, perpetuandone la memoria.

 

La strada, parzialmente condivisa con il percorso del “Sentiero dei Giganti”, conduce fin sotto gli impianti di risalita; dopo averli oltrepassati si svolta a destra e si risale con decisione un tratto ripido di pista da sci.

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Passaggio sotto alla seggiovia

Passaggio sotto alla seggiovia

Proseguire a destra

Proseguire a destra

Panorama

Panorama

Al termine della pista da sci si svolta a sinistra, superando il piccolo laghetto, per poi continuare a destra seguendo il tracciato principale.

La strada sopra al laghetto, rimanere a sinistra

La strada sopra al laghetto, rimanere a sinistra

Proseguire a destra

Proseguire a destra

La chiocciola

La chiocciola

La strada termina sulla provinciale che dal Vezzena conduce a Luserna. Qui, mantenendosi sulla destra, si attraversa l’asfalto e si imbocca il sentiero in direzione della Salamandra.

Verso la strada asfaltata, proseguire a destra

Verso la strada asfaltata, proseguire a destra

Attraversamento della strada

Attraversamento della strada

La salamandra

La salamandra

La strada in salita termina in un piccolo spiazzo, da cui è possibile deviare a sinistra per pochi minuti e visitare le trincee del Costalta. Questo è il punto più alto dell’intero percorso.

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Spiazzo

Spiazzo

Dallo spiazzo il sentiero prosegue in direzione sud-est. In un punto ben segnalato si lascia il tracciato sulla sinistra, uscendo dal bosco e raggiungendo una zona panoramica con splendide vedute sul Vezzena, il Basson, il Portule e il Verena.

Uscire dal sentiero verso sinistra

Uscire dal sentiero verso sinistra

Panorama

Panorama

Con un’ampia curva verso destra, il sentiero continua in direzione di malga Costalta.

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Panorama verso il Portule

Panorama verso il Portule

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Malga Costalta

Malga Costalta

Il sentiero passa di fronte alla malga e si innesta su una strada bianca. Si prosegue a destra fino a raggiungere il limite del bosco, segnato dallo steccato che delimita l’area di alpeggio. Qui si abbandona la via principale imboccando una strada sterrata sulla sinistra.

Verso la strada

Verso la strada

Svoltare a sinistra in prossimità della staccionata

Svoltare a sinistra in prossimità della staccionata

In pochi minuti si raggiunge la Fontana dell’Orso – Perprunn, realizzata all’epoca per l’approvvigionamento idrico dei soldati addetti agli obici che si trovavano poco più sopra.

Fontana dell'orso

Fontana dell'orso

Fontana dell'orso

Fontana dell'orso

Poco prima della fontana una vecchia tabella indica la possibilità di salire a sinistra per raggiungere e visitare le postazioni degli obici. Una visita non indispensabile, ma già che ci si trova sul posto vale la pena salire a dare un’occhiata. In alternativa è sufficiente proseguire lungo il tracciato principale che passa di fronte alla fontana.

Deviazione a sinistra verso le postazioni di artiglieria

Deviazione a sinistra verso le postazioni di artiglieria

Salendo sulla collinetta che sovrasta la fontana si raggiungono alcune postazioni circolari in cemento, un tempo sede di obici puntati verso le linee italiane.

Postazione per obice

Postazione per obice

In vista del forte Verena

In vista del forte Verena

Postazione per obice

Postazione per obice

Il percorso si ricongiunge alla strada della fontana, ma si prosegue a sinistra in direzione di malga Millegrobbe di Sopra.

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso verso la malga

Dettaglio del percorso verso la malga

Dettaglio del percorso verso la malga

Dettaglio del percorso verso la malga

Arrivati alla strada bianca che costeggia la malga si svolta a destra, procedendo verso sud per circa 200 metri. Qui, seguendo l’apposita segnaletica, si lascia la strada imboccando sulla sinistra una salita.

Si prosegue a sinistra lascando la strada

Si prosegue a sinistra lascando la strada

Il sentiero passa quindi accanto ad alcune trincee ricostruite e visitabili, offrendo un’ulteriore testimonianza della presenza militare sull’altopiano.

Trincee didattiche

Trincee didattiche

Trincee didattiche

Trincee didattiche

Trincee didattiche

Trincee didattiche

Proseguendo verso sud si raggiunge la strada che conduce al forte Luserna. Qui si svolta a sinistra, risalendo la strada in direzione del forte.

La strada che porta al forte

La strada che porta al forte

Nei pressi della caserma ufficiali

Nei pressi della caserma ufficiali

Lungo la strada si passa accanto alla caserma degli ufficiali del forte, della quale oggi rimane solo il basamento.

Al primo tornante si abbandona la strada diretta al forte e si prosegue dritto lungo una pista erbosa.

Proseguire dritti al tornante

Proseguire dritti al tornante

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

La pista erbosa compie un’ampia curva verso destra, mantenendosi in quota sopra una piccola depressione del terreno.

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Lungo il sentiero, alcune sagome in metallo raccontano la storia di personaggi locali e accompagnano il cammino, guidandoci fino al rientro nel centro di Luserna.

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Impronta di orso

Impronta di orso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Dettaglio del percorso

Proseguire a destra

Proseguire a destra

Mulattiera verso il centro di Luserna

Mulattiera verso il centro di Luserna

 



Mappa e traccia GPS:

Mappa e traccia Luserna - Sulle tracce dell'orso

Luserna - Sulle tracce dell'orso

SCHEDA PERCORSO

Zona:

Alpe Cimbra, Tonezza, Arsiero

Provincia / Comune:

Trento / Luserna

Categoria:

Montagne

Tipologia:

Naturalistico, Paesaggistico, Storico, Panoramico, Culturale

Periodo storico:

Prima Guerra Mondiale

Coordinate punto di arrivo:

45.949129 - 11.321025
(45°56'56" N - 11°19'15" E)

Coordinate parcheggio:

45.922020 - 11.324624
(45°55'19" N - 11°19'28" E)

Altitudine di partenza (m):

1333

Altitudine di arrivo (m):

1581

Altitudine minima (m):

1333

Altitudine massima (m):

1581

Dislivello (m):

375

Difficoltà del percorso:

E - Escursionistico

Ore a piedi:


(complessive, esclusa visita)
3 ore 40 minuti

Km totali:

11,90

Come si raggiunge:

A piedi

Tipo di tragitto:

Percorso ad anello

Storia:

(tratta dai tabelloni trovati in loco)

Luserna - Cenni storici
Fino dalla preistoria, come dimostrano i menhir e dolmen, i reperti dell'età del rame e le scorie di forni fusori sparsi in più punti, la zona di Luserna risulta saltuariamente abitata, ma solo nei documenti del principe vescovo di Trento Federico Vanga nel lontano 1216 si autorizzavano ad insediarsi sull'altipiano di Lavarone coloni dei 7 Comuni Vicentini, per dissodare e coltivare i terreni e sfruttare i boschi per produrre carbone.
Non molto tempo dopo venne fondata Luserna, divenuta comune autonomo solo nel 1780, che costituisce l'ultima comunità dove il cimbro, lingua corrispondente al medio-alto antico tedesco del 1000-1200, viene tuttora parlato correntemente da quasi tutta la popolazione.
Nelle altre comunità dove un tempo lo si parlava (Lavarone, Folgaria, Terragnolo, Vallarsa, Valle dei Ronchi, 13 Comuni Veronesi della Lessina, 7 Comuni Vicentini dell'Altipiano di 'Asiago) è quasi del tutto estinto, con eccezione di Giazza (Verona) e Roana (Vicenza) dove è parlato ancora da poche decine di persone anziane. A Luserna è sopravvissuto grazie all'isolamento geografico ed all'orgoglio della sua gente, che ha sempre resistito ad ogni tentativo di assimilazione.
Luserna venne distrutta nel 1911 da un incendio e durante la Grande Guerra del 1915-18 dai bombardamenti. Sono ancora ben visibili i ruderi dei forti, delle caserme, delle trincee e delle strade militari. Di qui passa anche il Sentiero della Pace, oltre il già esistente Sentiero Europeo E5.

Baracca di sanità
Nell'esercito il personale sanitario veniva ripartito in barellieri, che trasportavano i feriti dalla linea del fronte, raccogliendoli fra i reticolati, fino al punto di soccorso, e ausiliari della sanità che portavano le medicazioni e che fornivano assistenza al medici. L'infermeria, detta baracca di sanità, che raccoglieva i feriti provenienti dai vari punti di soccorso, fu costruita circa quattro chilometri dietro la linea di combattimento perché doveva essere di facile accesso e abbastanza grande per accogliere feriti, medici, infermieri e materiale sanitario. Da qui i feriti, dopo aver ricevuto le prime cure, venivano portati agli ospedali militari di Monte Rovere e Slaghenaufi, mentre i deceduti erano trasportati al vicino cimitero militare di Costalta. Mons. Josef Pardatscher, parroco di Luserna/Lusern iniziò la sua attività di cappellano militare come volontario, per ricevere l'incarico ufficiale nel giugno del 1915; il suo servizio durò fino alla licenza provvisoria di fine settembre 1916.

Bandiera bianca sul forte di Lusérn
Il 28 maggio 1915 alle quattro e un quarto del pomeriggio sul forte sventola la bandiera bianca. E' la resa! Da questo punto di appoggio il comandate del settore, Capitano Hajek, ordina di togliere la bandiera bianca e uno Standschütze di Merano, lo studente Jöchler, si mette a disposizione. "Jöchler prende una bicicletta giunge al forte e mentre lo stesso è sottoposto a doppio fuoco di artiglieria, riesce a salire sulla copertura e strappa la bandiera bianca. L'arrotola sulla canna della bicicletta e giunge felicemente a Costalta. Il Capitano Hajek la vuole prendere in consegna e Jöchler risponde: "Se io l'ho presa credo di poterla anche conservare per me".
P.S.: Per questo determinante ed eroico gesto il 23 giugno Jöchler venne decorato dal Maggiore Unterrichter con la piccola medaglia d'argento al valor militare!"* 
Troppo spesso la storia è stata fatta da persone semplici che hanno compiuto fatti eroici, ma che non trovano posto nei libri storia.

Batteria di obici e fontana dell'orso
Batteria di obici (cioè 2 pezzi) e impluvio di raccolta dell'acqua piovana con cisterna, chiamato Perprunn - Fontana dell'Orso, realizzato per l'approvvigionamento idrico dei soldati serventi al pezzo. Da qui venivano bombardati i forti italiani, ma le ferite più significative al Forte italiano Verena, situato a quota 2015 m, furono inferte dal mortaio Skoda M11 da 30,5 cm che il giorno 09 giugno 1915, trasportato con un mezzo speciale, venne sistemato nel bosco di Millegrobbe. I suoi proiettili si dimostrarono particolarmente devastanti e distruttivi, infatti si ha testimonianza che: "Il giorno 12 alle ore 14,35 un proiettile da 350 kg. penetra lungo la fessura di una cupola e scivolando nel corridoio scoppia nel cantinone dove si erano rifugiati quasi tutti gli artiglieri del forte. L'esplosione devastante provocò la morte di 49 uomini ed il ferimento di circa 60".* I pezzi d'artiglieria austro ungarici più pesanti erano il mortaio Skoda calibro 305, gli obici calibro 380 Mod. 1916, calibro 420 Mod. 1916 e 1917.

Caserma Ufficiali Forte Lusérn
La caserma degli Ufficiali, costruita nelle retrovie del Forte Lusérn-Luserna, ospitava il comandante Emanuel Nebesar e sette ufficiali di cui due del Landesschützen Reg. I ed un medico. Inoltre, per non esporli ai bombardamenti, venne costruita anche una galleria di collegamento di circa 453 metri che dalla caserma li portava direttamente all'interno del Forte.
La differenza di rango che vi era tra comandante, ufficiali e soldati si può comprendere dal fatto che nella caserma alloggiavano solamente 1 comandante e 7 ufficiali, mentre i soldati erano costretti a sopravvivere in 312 all'interno della fortificazione, sottoposta a continui bombardamenti e alle intemperie, in particolare a neve e gelo.


Natura e Ambiente:

(tratta dai tabelloni trovati in loco)

La memoria di prati e muretti a secco
Il paesaggio agrario originario nei pressi dei paesi dell'altopiano era caratterizzato da un mosaico di colture destinate alla sussistenza; gli appezzamenti coltivabili erano stati ricavati tagliando il bosco, dissodando il terreno e costruendo muretti a secco per delimitare e contenere il terreno fertile; i sentieri interpoderali e i confini di proprietà venivano spesso delimitati da delle bordure ottenute posizionando verticalmente lastre di roccia anche di notevoli dimensioni.
Oggi parecchie di tali aree sono incolte e abbandonate e, dai margini, il bosco tende a ricolonizzarle. Il mantenimento di queste superfici prative aperte ha un'importanza sia paesaggistica (come memoria del passato), sia ecologica, in quanto consente la sopravvivenza delle numerose specie vegetali e animali selvatiche che nel corso dei secoli si erano adattate a questo ambiente di origine antropica.

Pascoli e cespugli
Il primo passo del "ritorno" del bosco è rappresentato dalla crescita di cespugli e arbusti che, progressivamente, invadono la superficie del prato. La presenza di bestiame pascolante contrasta questa ricolonizzazione ma, se il numero di bovini è limitato, alcune specie particolarmente robuste e coriacee o dotate di spine non vengono brucate e riescono a crescere e prosperare. Alcune di queste piante producono bacche o altri frutti appetiti da molti animali selvatici (soprattutto uccelli e piccoli mammiferi) e spesso commestibili anche per l'uomo. Spesso le bacche rimangono sulla pianta per tutto l'inverno, quando rappresentano una delle poche fonti alimentari disponibili. A delimitare i pascoli troviamo di frequente grandi lastre di roccia calcarea: si tratta di Rosso Ammonitico, al cui interno -come suggerisce il nome- è facile rinvenire fossili di ammoniti, molluschi marini con conchiglia a spirale.

Pascoli e prati d'alpeggio
Tutti i pascoli situati al di sotto del limite degli alberi sono ambienti per così dire "artificiali", ovvero creati dalla mano dell'uomo che ha tagliato il bosco per ottenere spazi erbosi da destinare all'alpeggio del bestiame. Nel corso dei secoli in queste aree prive di copertura arborea si sono però insediate comunità di piante e animali tipiche degli ambienti aperti il cui futuro è legato alla permanenza dei pascoli stessi. La tarda primavera e l'inizio dell'estate sono i periodi migliori per apprezzare la ricca biodiversità di questi luoghi, che annoverano numerose specie erbacee dalle vistose fioriture ed il loro ricco corollario di insetti ed altri invertebrati. L'esigenza di abbeverare il bestiame ha portato gli allevatori ad impermeabilizzare il fondo di alcune conche naturali sui pascoli, ottenendo piccole pozze d'alpeggio, alla cui presenza è legata anche la vita di alcuni organismi acquatici, tra cui erbe palustri, libellule ed anfibi "d'alta quota" come il tritone alpestre e la rana di montagna.

Le api
Sulle Alpi esistono circa 700 specie di api selvatiche (imenotteri apoidei).
Assieme alle api mellifere garantiscono la biodiversità; alcune specie non sono più grandi della capocchia di uno spillo, altre hanno la dimensione di una bella nocciola. Alcune nidificano nel suolo o in pareti di roccia, altre in gusci di chiocciole abbandonati. La maggior parte di esse conduce una vita solitaria, solo alcune si incontrano per nidificare. Un elemento è comune a tutte loro: forniscono un contributo essenziale per l'impollinazione delle piante nei prati e nei nostri campi, nei giardini e nei boschi.
Le api mellifere (che tutti noi conosciamo) e le api selvatiche si integrano e completano a vicenda.
La molteplicità delle piante si basa sulla molteplicità degli impollinatori e viceversa. Ad esempio ci sono specie di api selvatiche specializzate su determinati fiori, che non vengono per nulla o poco visitati dalle api mellifere. Le ricerche hanno dimostrato che le api selvatiche trasportano quantità di polline inferiori, ma risultano impollinatori più efficienti delle api domestiche. La loro azione congiunta tuttavia dà un risultato migliore nell'impollinazione rispetto alle sole api mellifere.
Purtroppo l'inquinamento rischia di far scomparire gli insetti impollinatori: solo in Europa, in trent'anni, il numero di api si è ridotto del 70% e la durata media della loro vita è notevolmente diminuita: da cinque a tre anni per le api regine e da trenta a quindici giorni per quelle operaie. In più, circa il 9,2% delle 1.965 specie di insetti impollinatori europei sta per estinguersi, mentre un ulteriore 5,2% potrebbe essere minacciato nel prossimo futuro.

Una selva oscura
Come la maggior parte dei boschi di conifere, quelli composti in prevalenza di abete rosso sono ambienti severi e ombrosi, dove le fitte chiome degli alberi, persistendo tutto l'anno, non consentono alla luce di arrivare al terreno in quantità sufficiente da permettere lo sviluppo di un ricca vegetazione.
Inoltre, gli aghi che cadono al suolo si decompongono molto lentamente, rendendo il suolo alquanto acido, oltre che povero di nutrienti.
Poche specie erbacee, tra cui alcune felci, popolano quindi il magro sottobosco delle peccete, e solo nelle radure o negli spazi aperti troviamo una vegetazione più diversificata e florida.
I tronchi dei vecchi abeti vengono utilizzati dai picchi per lo scavo di cavità-nido, poi utilizzate come rifugi da altre specie di uccelli (tra cui rapaci notturni), mammiferi e insetti.

La chiocciola
a chiocciola non va confusa con la lumaca che è priva di guscio; il guscio, detto anche conchiglia, si sviluppa a spirale: nella cultura celtica la spirale rappresenta la trinità di terra, cielo e acqua, la cosiddetta triskele (triplice spirale), da cui è emerso uno dei simboli più antichi del mondo e costituisce la base per numerosi ornamenti e decorazioni.
Il triskele rappresenta l'unità di nascita, morte e rinascita o corpo anima e spirito.
Questo piccolo mollusco presente in tutta Italia, predilige zone umide, muretti a secco dove trova riparo sia dal freddo che dal sole; per tenere lontano i predatori gonfia la sua bava, ma nulla può fare contro il toporagno di cui cadono spesso vittime le specie più piccole. Il toporagno le trasporta in una sorta di dispensa dove è facile trovare decine di "gusci" semidistrutti. Per proteggersi dai rigori invernali le chiocciole "chiudono la loro porta di casa" con una membrana costituita da muco, carbonato di calcio e fosforo, lasciando solo una piccola fessura per permettere gli scambi gassosi con l'esterno. La chiocciola può cadere, anche in estate, in uno stato di ibernazione per l'eccessivo caldo o mancanza di cibo.
Sembra che i cimbri ne abbiano sempre fatto uso; probabilmente come fonte alternativa; cibo semplice offerto dal territorio... oggi è divenuta prelibatezza ricercata.

La salamandra di Aurora
La salamandra di Aurora (Salamandra atra aurorae), scoperta nel 1982, è uno dei vertebrati più rari d'Italia. Vive sui versanti della valdassa a cavallo tra Trentino e Veneto ad un'altitudine compresa tra i 1.200 e i 1.800 metri, all'interno di foreste vecchie e strutturate con abbondante lettiera e ricche di zone coperte da muschio. Il suo areale è molto ridotto; non supera infatti i 20 km2. Tutti gli individui sono maculati con macchie che descrivono un pattern unico per ogni individuo che varia da tinte tenui del giallo fino al marrone.
La scarsa diffusione è probabilmente dovuta anche al fatto che, a differenza della più comune salamandra pezzata che partorisce le sue larve nelle acque dei ruscelli (da 10 a 40 individui), la sua gestazione dura due anni, al termine della quale vengono partoriti da uno a due piccoli già formati.
La salamandra atra aurorae è inclusa nell'Allegato II della Direttiva Habitat 92/43/CEE e nell'Allegato IV della stessa Direttiva; di conseguenza è vietato disturbare e catturare individui, nonché ucciderli, così come distruggerne l'habitat. Anche solo per poter svolgere ricerche scientifiche, è necessario ottenere un permesso specifico dal Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. I siti dove è nota la sua presenza sono, almeno in gran parte, all'interno nel Sito Natura 2000 IT3220036 "Altopiano dei Sette Comuni".

Tre conifere a confronto
L'abete rosso, anche per opera dell'uomo, è la conifera più comune nei boschi circostanti, ma altre due specie arboree sono abbastanza diffuse: l'abete bianco e il larice. Distinguerli tra loro è piuttosto facile. L'abete rosso ha aghi singoli a sezione romboidale, verde intenso e distribuiti a spirale lungo il rametto; le pigne, marron-rossicce a maturazione, sono cilindriche e rivolte verso il basso; la corteccia, liscia e rossiccia negli esemplari giovani, diventa grigiastra e a placche in quelli maturi. L'abete bianco ha aghi singoli e appiattiti, disposti "a pettine" ai due lati del rametto, lucidi e verde brillante sopra, con due righe bianco-argentee sotto; le pigne, marron-grigiastre, sono cilindriche, rivolte verso l'alto e a maturità si "sfaldano" per lasciar fuoriuscire i semi; la corteccia è liscia e bianco-grigio argenteo. Il larice ha aghi sottili e riuniti a fascetti di 20-30, che (caso unico tra le nostre conifere) in autunno diventano gialli e cadono; le pigne sono piccole, ovali e marron scuro; la corteccia è liscia e grigia negli esemplari giovani, grigio-bruna, profondamente fessurata in quelli più vecchi.


Data visita: 11/10/2025
Data pubblicazione: 25 Novembre 2025

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