Monte Ivan

Tra leggenda e realtà di una possente cima militarmente strategica (m 1750)

 

Il Monte Ivan, o in Albanese Mal Ivan, è una montagna a forma conica a nord-nord-est della piana di Korce. Nei vari anni che sono stato in Albania l'unico interesse che avevo per quella zona è quel passo tra Monte Secco e il Monte Ivan che porta al lago di Prespa. Passo di montagna fortemente difeso da alcuni bunker per cannoni da 120 mm.

Monte Secco (a sinistra) e Monte Ivan (a destra)

Ma un anno, i racconti della gente del luogo, hanno fortemente suscitato l'interesse di arrivare in cima. Questi racconti parlavano di enormi gallerie, di una base missilistica con missili che potevano colpire Atene a 380 km di distanza. Certo, adesso non avrei trovato i missili, ma le gallerie, le postazioni e tutto quanto connesso dovevano esserci sicuramente

Dalle immagini satellitari di Google alcuni segni potevano far sembrare che ci fosse realmente qualcosa sulla cima del Monte Ivan

Monte Ivan - Immagine satellitare

Purtroppo ho dovuto aspettare un anno per poter soddisfare la mia curiosità, ma intanto mi sono preparato il percorso, le attrezzature, lo speciale zaino di Montagnando e una potente torcia della Led Lenser per affrontare le gallerie più buie.

E finalmente arriva il momento di affrontare la salita percorrendo la strada militare che porta alla cima.

Monte Ivan - Inizio dell'escursioneMonte Ivan - Strada carreggiabile

Inizialmente la strada è ancora carreggiabile per la presenza di un ripetitore una cinquantina di metri più in alto.

Monte Ivan - Veduta verso il Morava

Al secondo tornante c'è qualcosa di strano. Il tornante è stretto, a malapena un auto riesce ad intraprenderlo senza manovre. Un camion farebbe parecchia fatica con almeno due manovre. Mi sorge un dubbio, quanto lungo può essere un missile con una gittata di 400 km? Come facevano a portarli nella base missilistica in cima alla montagna?

Monte Ivan - Strada carreggiabile verso i ripetitoriMonte Ivan - Vista verso Prespa

La strada diventa sentiero, la vegetazione invade la carreggiata ed è percorribile solo per i passaggi lasciati da pastori e pecore.

Monte Ivan - Inizio del sentiero

All'ultimo tornante, il panorama verso il lago di Prespa ci colpisce e ci fa sperare ad una vista sicuramente migliore, un motivo in più per salire.

Monte Ivan - Lago di Prespa e l'isola di Maligrad

La salita continua più dolcemente, adesso si vede quanto è scosceso il monte

Monte Ivan - Controllo dell'area parcheggioMonte Ivan - Strada verso il passoMonte Ivan - Sentiero

Altra stranezza, se il posto è così strategico, perché la strada è rivolta verso la valle di Devol e quindi verso la Grecia? Un errore imperdonabile, perché in caso di conquista della valle sottostante da parte del nemico sarebbe risultato impossibile utilizzare la strada

Monte Ivan - Monte MoravaMonte Ivan - Il sentiero percorsoMonte Ivan - Parte della strada rivolta al Devol

Il tempo è incerto, le nuvole sono appena sopra di noi, il temporale si fa sentire e noi siamo allo scoperto

Il terreno è brullo, niente alberi, siamo decisamente degli ottimi bersagli per eventuali fulmini. Prima mossa da fare è spegnere radio e cellulare, che possono attirare i fulmini, camminiamo più svelti e più vicini alla montagna.

Monte Ivan - Piana del Devol

Trincee Primo segno che il posto doveva essere ben difeso.

Monte Ivan - TrinceaMonte Ivan - TrinceaMonte Ivan

Il tempo è ancora più incerto, ma siamo vicini alla zona vista dal satellite.

Monte Ivan - Piana del Devol

Siamo sul piazzale, si aprono nella roccia 4 gallerie, finalmente

Monte Ivan - BunkerMonte Ivan - Bunker

Più che una postazioni da missili sembra un normale bunker per cannoni da 120 mm, e ne sono la prova le tabelle di tiro, i disegni dei proiettili ed altre iscrizioni presenti sul muro.

I 4 bunker sono uniti tra loro da una galleria.

Monte Ivan - Tabella tiriMonte Ivan - Note per il comandante

Monte Ivan - BunkerMonte Ivan - BunkerMonte Ivan - Tabella tiriMonte Ivan - Galleria di collegamento

Monte Ivan - Note sui proiettili

Nel primo bunker una galleria entra ancora di più all'interno della montagna.

Ci addentriamo nella speranza di trovare le lunghissime grotte descritte l'anno prima. Si nota che queste grotte sono state utilizzate come ricovero per le pecore.

Monte Ivan - Verso il deposito munizioniMonte Ivan - Probabile deposito munizioni

La galleria si stringe, il passaggio è parzialmente chiuso.

Monte Ivan - Galleria di collegamentoMonte Ivan - Verso l'uscitaMonte Ivan - Passaggio complicato

Monte Ivan

Si apre un altra stanza e ..... siamo di nuovo fuori Sono già finite le grotte?

Monte Ivan - Uscita

All'esterno tracce di altri fabbricati e delle postazioni circolari, forse per mortai.

Monte Ivan - Uscita all'area mortaiMonte Ivan - Note di incoraggiamento

Monte Ivan

Monte Ivan - Area mortai e depositiMonte Ivan - veduta verso KorceMonte Ivan - Piazzole mortai

Rientriamo in grotta e torniamo dall'altra parte per andare a scoprire quel segno dritto visto dal satellite che poteva sembrare una rampa di lancio.

Che delusione E' solo un sistema di raccolta dell'acqua piovana E le grotte? E la base missilistica? E tutto il resto?

Monte Ivan - Raccolta acqua piovanaMonte Ivan - Cisterna

Ci guardiamo attorno e non notiamo niente di strano, solo trincee, postazioni avanzate per mitragliatrici, e nient'altro.

Lo sconforto ci accompagna durante il ritorno forzato dovuto al peggioramento delle condizioni atmosferiche.

Almeno i panorami erano belli

 

Parlando con altre persone del posto della nostra esperienza, continuano a confermare la presenza di queste gallerie, ma proprio sulla cima del monte che noi noi abbiamo raggiunto. Questa volta non parlano più di missili ma di cannoni che sparano 400 km E chi li ha inventati dei cannoni con tale gittata? Neanche la Grande Berta tedesca aveva questa potenza di fuoco

Qui è arrivata l'ora di verificare se queste notizie sono vere o è solo propaganda del regime di Hoxia (leggi Ogia).

Ricomincia l'analisi dell'immagine satellitare.

Il punto 1 è una normale batteria di cannoni che punta verso la valle del Devol, il punto 2 è il pluviale per la raccolta dell'acqua, il punto 3 l'uscita della galleria e "forse" postazione da mortai. Esistono anche i punti 4 e 5, da andare a scoprire

Monte Ivan - Immagine satellitare

Si riparte Arriviamo alla prima batteria, passiamo la cisterna, proseguiamo verso il punto 4.

Spettacolo Il lago di Prespa si mostra in tutta la sua bellezza. Se non troviamo niente, siamo comunque soddisfatti di queste immagini.

Monte Ivan - Prespa e MaligradMonte Ivan - Liqenas

Monte Ivan - PrespaMonte Ivan - Isola di Maligrad

Arriviamo al punto 4, altri normali bunker, anche questi trasformati in ovile.

Monte Ivan - Bunker

Dal punto 4 proseguiamo verso la cima, non ci sono più sentieri, si prosegue camminando tra erba e roccia.

Monte Ivan - Lago di Prespa

Sulla cima altre costruzioni, una specie di torretta, forse era un osservatorio e altre due piazzole circolari adibite sicuramente a postazioni da cannoni.

Monte Ivan - Osservatorio sulla cima del monte

Monte Ivan - Osservatorio e PrespaMonte Ivan - Piazzola per cannoniMonte Ivan - Piazzola per cannoni

Scendiamo dalla cima in direzione del punto 5, altri bunker ma niente più

Monte Ivan - Verso i bunker del punto 5

Monte Ivan - BunkerMonte Ivan - BunkerMonte Ivan - Bunker

Si torna a casa, qui, sul monte Ivan, non ci sono stati missili, non ci sono enormi gallerie, niente di quello che si è raccontato. La propaganda, come anche le notizie di oggi, non sono sempre vere o non sono sempre quello che ci vogliono far credere. Verificate, prima di crederci

Monte Ivan - Panorama del lago Prespa

Monte Ivan - Panorama del Monte Secco

La storia non finisce qui. Il Monte Ivan è in una posizione militarmente strategica, a difesa della piana di Korce, può controllare l'area del Devol e quindi l'accesso alla Grecia e il Lago di Prespa con il confine alla Macedonia.

Scopro che, lo stesso monte, molti anni prima era stata una posizione importante per l'esercito italiano nella seconda guerra mondiale. Una guerra combattuta, persa e volutamente fatta dimenticare. Questo mi porta a rispettare ancora di più questa zona e di cercare di scoprire altre vicende di questa guerra dimenticata.

Per chi si vuole avventurare nelle montagne albanesi, fate attenzione. L'ambiente è abbastanza selvaggio, non ci sono sentieri o, se ci sono, sono per greggi e boscaioli, c'è pericolo di vipere, ma anche di animali ben più pericolosi come lupi e orsi.


 



Mappe Interattive:



Monte Ivan
SCHEDA PERCORSO
Provincia:Korce
Comune:
Coordinate punto di arrivo:40.73311 - 20.90112
(40°43'59" N - 20°54'4" E)
Coordinate parcheggio:40.73386 - 20.88031
(40°44'2" N - 20°52'49" E)
Altitudine di partenza (m):1065
Altitudine di arrivo (m):1750
Dislivello (m):700
Difficoltà del percorso:E - Escursionistico
Ore a piedi (esclusa visita):4 ore 30 minuti
Come si raggiunge:A piedi, In mountain bike
Tipologia:Storico, Panoramico




Storia: (tratta da www.donneincarnia.it)

Fronte Korçiano

28 ottobre - 28 novembre 1940

Il reggimento, facente parte della 9 Armata, inizialmente sul fronte jugoslavo, veniva destinato, nel "Quadro di battaglia" approntato dal gen. Visconti Prasca il 26 ottobre 1940, all'azione difensiva del Korçiano (zona di Korçia - fronte Macedone) con il compito di spostarsi nella zona di Coritza, tenersi sulla difensiva attiva, per poi passare all'offensiva in direzione Florina Kastoria (per attirare l'attenzione e le forze greche della Macedonia).

Ciò può essere confermato dalle foto delle zone dei laghi Ocrida, Prespa, di Davoli, Pogradec, Erseke, Argirocastro, Premeti, Vojussa. Altri documenti, le foto di osservatori a quote intorno ai 2000, forse sul Morova, sull'Ivanit o sul m. Grammos.

Data la scarsa dotazione di artiglieria e la situazione di grave difficoltà nel reperimento dei pezzi di ricambio, i gruppi di artiglieri alpini venivano spostati, a seconda delle necessità.

 

IL FRONTE KORCIANO

La ricostruzione dei movimenti del 19° Rgt. Artiglieria, con la Div. IX Venezia, è difficile se si pensa che già a metà novembre le divisioni non esistevano più come unità organiche comprendenti reparti normali, spesso non esistevano più per le truppe di rinforzo, nemmeno i reggimenti. Il reparto "tipo" era il battaglione, buttato a riempire un vuoto qualsiasi sotto un comando sconosciuto.

Comunque, in base alle fotografie esistenti e alla documentazione (Campagna di Grecia - Ufficio storico Stato Maggiore Esercito) è senz'altro possibile ricostruire a grandi linee i dati salienti delle operazioni sul Korçiano - fronte Macedone.

Il tempo, dunque, si metteva al peggio dal 26 ottobre. Anche la Venezia, come le altre colonne si mise in cammino dalla frontiera jugoslava. Nel buio le colonne erano sferzate dall'acqua. Gli scarponi affondavano nel fango. Le fasce gambiere venivano avvolte da croste giallastre mentre i muli sollevavano spruzzi di melma ad ogni passo. Nelle valli un grande silenzio, rotto ogni tanto da pochi spari (qua e là si accendeva sporadico qualche breve scontro), ma era evidente che la rete di frontiera dei greci si ritirava senza resistenza. Si avanzava lentamente, ma con regolarità. Gli alpini, a 1500 metri di quota erano già esposti alla morsa del gelo.

Il 1° novembre, quando il fuoco nemico aveva cominciato a farsi sentire, sorprendendo una colonna della Ferrara con pezzi di artiglieria ben mimetizzati, Mussolini scrisse al generale Visconti Prasca ordinandogli di spostare la Venezia verso sud o nel settore di Coriza, preoccupato della situazione in quella zona, sul fianco sinistro dell'armata che avanzava verso l'Epiro.

Sempre il 1° novembre, mentre il tempo sembrava migliorare, si scatenò l'offensiva greca in Macedonia occidentale. Gli obiettivi di Papagos erano di raggiungere anzitutto la linea del Devoli, per poi conquistare il Morova. Gli uomini di Papagos, con la divisa kaki e l'elmetto a bacile, come gli inglesi, iniziarono la battaglia alle 8 del primo novembre.

Dietro il Devoli e il massiccio del Morova c'era la piana di Coriza: se i greci fossero riusciti ad arrivarvi, sarebbe stato minacciato di accerchiamento tutto lo schieramento italiano dell'Epiro.

La div. Parma era schierata su un fronte immenso, ma si stavano affiancando la Piemonte e appunto la Venezia.

L'attacco greco sorprese un battaglione dell'83 Venezia proprio nel momento di inserimento in prima linea. Si produsse uno sbandamento e si aprì una falla. Il nemico aveva guadagnato qualche chilometro appena, ma era un grave indizio. Qualche villaggio venne ceduto e qualche quota persa. Il 3 novembre i greci si attestarono sul Devoli.

Essi non marciavano nella vallate, ma seguivano i costoni delle alture, colpendo così dall'alto con successo le nostre posizioni e con un ottimo uso dei mortai.

Nelle truppe italiane cominciava a nascere un certo smarrimento per l'inaspettata efficienza di un avversario che si riteneva di scarsa "tenuta".

Per la Parma, la Venezia e la Piemonte era cominciata un'implacabile battaglia di logoramento poiché dal settore bulgaro altri battaglioni si erano uniti al già massiccio schieramento greco della Macedonia.

L'asse del fronte si era spostato in tutta la sua lunghezza, ruotando, spinto dai greci della Macedonia verso nord-est e dagli italiani dell'Epiro verso sud-est.

I greci erano a Devoli - territorio albanese - e i nostri sul Kalamas in territorio greco. Al centro la Julia, staccata dai bracci della leva e esposta a gravi pericoli.

In Macedonia occidentale erano affluite, dopo il 28 ottobre, potenti forze greche che si erano aggiunte alla IV brigata e alla 9' divisione che già presidiavano quel settore. La natura dei luoghi condizionava la strategia di ambo gli eserciti. Dopo il primo ripiegamento gli italiani si erano attestati sul corso del Devoli. Avevano alle spalle il massiccio del Morova, una montagna spoglia con dirupi, senza paesi né coltivazioni, senza strade, con molti burroni e rive scoscese. Si trattava di un bastione per la difesa, ma anche di un ostacolo per i rifornimenti.

Sulla sinistra del Morova il corso del Devoli che s'insinua in una vallata, al di là della quale s'innalza, grande e solitario, pauroso, il monte Ivan, 1800 metri. Poco lontano i laghi della Grande e della Piccola Prespa, e il confine jugoslavo. Un attacco non poteva venire direttamente dal Morova. Questo doveva essere aggirato a nord nella valle del Devoli o a sud, nel varco tra Devoli e il Pindo: la zona di Erseke, punto di congiunzione tra la XI Armata di Geloso e la IX di Vercellino. I comandi greci erano discordi sul momento dell'attacco. Ma Papagos mise termine alle dispute con l'ordine di assalto.

Ormai l'inverno era crudo, il monte Ivan era avvolto da nebbie e flagellato dalla neve, mentre il Morova fangoso. Sulle montagne albanesi, anche se di altezza modesta, soffia il vento gelido della bora che fa scendere il termometro a decine di gradi sotto zero. Il maggior sforzo dei greci era programmato a sud del Morova, anche se essi avevano deciso di attaccare su tutto il fronte macedone.

L'obiettivo finale era Coriza, che si stendeva nella pianura al di là delle montagne.

I greci avanzarono alle 6,30 del 14 novembre, partendo dall'istmo che divide i due laghi di Prespa.

L'attacco fu violentissimo: gli italiani si trovarono subito in situazione critica. Si erano aperte diverse falle che mettevano in pericolo le retrovie.

Non ci fu uno sbandamento totale, ma perdita di collegamento fra le unità e fenomeni di smarrimento. Il generale Nasci (al comando prima dell'insediamento di Vercellino) segnalò le profonde e pericolose brecce, chiedendo l'invio urgente di rinforzi. Nello stesso giorno stabilì di arretrare su una linea di resistenza lungo il crinale del Morova.

Ma non fu possibile attuare questo programma a causa di un episodio che denuncia la disorganizzazione dei comandi. Erseke, punto chiave, era tenuta dal 1° bersaglieri che si ritirò su posizioni più arretrate creando un vuoto sulla sinistra della divisione Bari, che non era stata avvertita dello sganciamento e che si ritrovava ora con un fianco scoperto. Sorvolando sulle polemiche e sulle responsabilità, la verità è che in molti comandi e nelle retrovie c'era un grande disordine. L'atmosfera da incubo: tra nevischio, pioggia, scoppi di granate da 81 che aprivano ferite orrende. Non c'erano ospedaletti da campo, bende, medicinali. Si operava e medicava sotto i tendoni degli autocarri o tra le macerie di qualche casupola. Le divise a brandelli perché il filo autarchico delle cuciture cedeva. La stoffa diventava dura come pergamena, pesava senza scaldare e senza veramente coprire.

Molti dei nostri reparti combattevano rabbiosamente, altri erano rimasti come storditi dall'immediato capovolgimento di fronte. Nelle retrovie regnava la confusione e i servizi logistici erano improvvisati.

I rinforzi venivano immediatamente fusi dal calore della battaglia. Ci furono soldati che, avviati al massiccio del Morova, dopo aver trascinato verso il fronte elementi sbandati, erano stati feriti da schegge di mortai e trasportati nelle retrovie, senza aver sparato un colpo. Ci furono anche alpini atterrati all'aeroporto di Coriza quando già cominciavano i colpi dei cannoni greci da 151, feriti mentre scendevano dagli junker tedeschi (mandati in rinforzo agli apparecchi da trasporto del nostro ponte aereo) che vennero subito rispediti indietro con gli stessi velivoli, sporchi di sangue, agli ospedali italiani.

I feriti furono presto centinaia, migliaia. Ufficiali delle salmerie dovevano assumere il comando di reparti rimasti senza ufficiali; anche gli uomini delle salmerie erano impegnati nelle mischie. Molti gli esempi d'eroismo da parte di comandanti. Vercellino, insediato al comando della IX Armata, dichiarò insostenibile la situazione del nostro fronte, appoggiato ai bastioni del Morova e del monte Ivan, che stavano per essere aggirati. La sera del 19 novembre Soddu decise per la ritirata profonda su nuove posizioni.

L'arretramento di una cinquantina di chilometri, implicava l'abbandono di Coriza.

La nuova linea si stabilì sulle posizioni di monte Cytetit-Ferit Haskiut-Bregu e Breshave-Valomone (2373)-Lenijes-Mali Haisht-Nikolara-Gostanches-Mali Velushes. La colonna di ripiegamento delle truppe (osservata dalla nostra aviazione) era lunga fino a 20 chilometri.

La crisi del fronte macedone doveva ripercuotersi necessariamente sul settore dell'Epiro, dove, dal Pindo al mare, erano schierate la Julia, la Bari, la Centauro, la Ferrara, la Siena, il Raggruppamento litorale e i bersaglieri.

Nella notte del 17 il ripiegamento del presidio di Erseke, spalanca ai greci la valle dell'Ossum, scoprendo il fianco sinistro all'intera XI Armata. La situazione da seria si faceva drammatica.

Ormai il ripiegamento era generale, la nostra linea dalla frontiera jugoslava al mare era tutta in movimento. I comandanti erano in preda alla psicosi della catastrofe e moltiplicavano le grida di allarme.

Mentre le truppe marciavano scoraggiate verso le retrovie, furono agganciate dalle avanguardie greche e vennero impegnate, nel settore dell'Epiro, in furiosi combattimenti.


 

Data visita: 11 e 16 agosto 2012
Creato il: 09/02/2013

Autore: Corrado DZ.

 

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salve
ma quale missili. la gente vive ancora con la vecchia mentalita del comunismo con le favole,c'erano solo i canonni
Roland # 26/02/2013 17:00:19


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